È stato uno dei casi di cronaca più sconvolgenti degli ultimi anni, la tragica storia di Luca Varani, il ventitreenne ucciso a Roma nella notte tra il 4 e il 5 marzo 2016 da da Manuel Foffo e Marco Prato sta per diventare un film. Il delitto, avvenuto nell’appartamento di Foffo dopo tre giorni di festini a base di alcol e droga, ha visto la vittima torturata per ore prima di morire. Manuel Foffo è stato condannato a 30 anni, mentre Marco Prato si è tolto la vita in carcere prima della sentenza.
Le riprese sono in corso a Roma e la regia è affidata a Edoardo Gabbriellini, attore di lungo corso che negli anni ha sviluppato uno sguardo personale anche dietro la macchina da presa. Lanciato da protagonista in Ovosodo di Paolo Virzì — con cui tornerà a collaborare in Baci e abbracci e Tutta la vita davanti — Gabbriellini ha affiancato alla carriera da attore, che lo ha visto lavorare anche con Luca Guadagnino in Io sono l’amore (2009), un percorso registico coerente e riconoscibile. Ha esordito nel 2003 alla Settimana Internazionale della Critica di Cannes con B.B. e il cormorano, per poi dirigere il noir Padroni di casa (in concorso al 65° Festival di Locarno), con Elio Germano e Valerio Mastandrea, fino al più recente Holiday (2023).
A guidare il cast ci sono Valerio Mastandrea ed Emanuele Maria Di Stefano: da una parte una delle presenze più solide del nostro cinema, dall’altra uno dei giovani più interessanti della nuova generazione, già premiato come rivelazione. Accanto a loro Gaia Merlonghi, Simona Senzacqua e Roberta Mattei, in un ensemble che punta a un realismo compatto, senza divismi.

Il film è liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia (Einaudi, 2020), uno dei rari esempi italiani di non-fiction novel capace di trasformare un fatto di cronaca in letteratura. Il riferimento, inevitabile, è A sangue freddo di Truman Capote: anche qui la realtà — l’omicidio di Luca Varani, avvenuto a Roma nel marzo 2016 — diventa punto di partenza per un’indagine più ampia.
La sceneggiatura, firmata da Damiano e Fabio D’Innocenzo (anche executive producers), segue proprio questa direzione: non limitarsi alla ricostruzione del delitto, ma interrogarsi sulle condizioni che lo hanno reso possibile, guardando da vicino lo stesso universo adolescenziale già al centro della loro opera prima, La terra dell’abbastanza. Il risultato annunciato è un racconto che sposta l’attenzione dall’evento alle sue radici sociali, culturali ed emotive.
La storia segue Luca, ventitré anni, una famiglia che lo ama, una relazione, una vita divisa tra centro e periferia. Una traiettoria apparentemente aperta, che si spezza in una notte di violenza cieca e incomprensibile. Gabbriellini ha parlato di un film che prova a osservare “con tenerezza un ragazzo non ancora uomo”, suggerendo un approccio che evita tanto il sensazionalismo quanto il giudizio facile. Un equilibrio delicato, considerando la natura reale e ancora vicina dei fatti.
L’uscita è prevista per l’autunno 2026, con una possibile anteprima al Festival di Venezia: una vetrina quasi naturale per un film che si muove tra cinema civile e racconto generazionale. La città dei vivi si presenta come un’operazione rischiosa ma necessaria. E proprio per questo, già da ora, una delle più attese.



