Usa-Iran, niente accordo: Vance se ne va. Rimaniamo nell’imbuto di Hormuz. Che succede ora 

domenica, 12 Aprile 2026
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Tra Usa e Iran è sempre dialogo tra sordi. Fallisce la trattativa promossa dal Pakistan a Islamabad. Il vicepresidente J.D. Vance abbandona il tavolo e se ne torna a casa. Gli unici soddisfatti sono gli israeliani, che non mollano la presa sul Libano.  

L’economia mondiale rimane imprigionata nell’imbuto di Hormuz. Una situazione assurda, provocata dall’avventatezza di Donald Trump, che non ha previsto le conseguenze negative di un attacco all’Iran. Ci si chiede che succede a questo punto. Non è detto che la tregua sia rotta. Però siamo in una situazione di stallo, che non promette nulla di buono.

«Torniamo negli Stati Uniti senza aver raggiunto un accordo», dice il numero due di Washington, che aggiunge: «Abbiamo chiarito molto bene quali sono le nostre linee rosse, su quali punti siamo disposti a venire loro incontro e su quali invece non lo siamo, e lo abbiamo fatto nel modo più chiaro possibile. E loro hanno scelto di non accettare le nostre condizioni». Vance rivendica a sé la qualità della ragionevolezza: «Siamo stati piuttosto flessibili, ma non siamo riusciti a compiere progressi».

I punti su cui si sono incagliati i colloqui sono tre: riapertura dello Stretto di Hormuz, uranio arricchito iraniano e richiesta di Teheran di sbloccare circa 27 miliardi di dollari di fondi congelati all’estero. Gli Usa avrebbero chiesto la riapertura immediata dello Stretto, scontrandosi contro il muro degli ayatollah, che rifiutano di rinunciare a questa leva strategica prima di un’intesa di pace definitiva. D’altronde, la richiesta dell’Iran di vedersi riconosciuta la sovranità su Hormuz è assurda nonché contraria al diritto internazionale.

Per quanto riguarda il nucleare, gli Usa insistono affinché Teheran  consegni o venda la sua intera scorta di uranio altamente arricchito. E anche qui Teheran ha alzato il muro. Da parte sua, Washington ha respinto le richieste iraniane di sbloccare i fondi congelati all’estero e di ottenere risarcimenti per i danni subiti durante i bombardamenti

Questa situazione di stallo sembra gradita dagli ayatollah, che si sentono evidentemente in posizione di forza. «L’Iran – sostengono – non ha fretta di avviare un nuovo negoziato con gli Stati Uniti. Non ci sarà alcun cambiamento nella situazione nello Stretto di Hormuz, a meno che gli Stati Uniti non accettino un accordo ragionevole». L’Iran rigetta sugli Usa l’accusa di rigidezza:  «Gli americani avrebbero dovuto essere realistici, ma cercavano un pretesto per lasciare il negoziato. Ora la palla è nel loro campo».

Gli unici a credere ancora nella possibilità di un accordo sono i pachistani. Islamabad ha esortato gli Stati Uniti e l’Iran a continuare a rispettare il cessate il fuoco di due settimane attualmente in vigore. «È imperativo che le parti continuino a rispettare il loro impegno a favore del cessate il fuoco», ha dichiarato il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar. «Il Pakistan ha svolto e continuerà a svolgere il proprio ruolo per facilitare il dialogo tra la Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America nei prossimi giorni».

Che faranno ora gli Usa, torneranno alle minacce apocalittiche? Trump propone oggi sul suo social Truth un’altra strada: un blocco navale nel Golfo Persico per danneggiare gli interessi economici dell’Iran. Il post, pubblicato dal media online Just the News, si intitola: “La carta vincente che il presidente ha se l’Iran non cede: un blocco navale”. Secondo il presidente Usa, la strategia del blocco navale, già adottata nel caso del Venezuela, potrebbe «soffocare un’economia iraniana già instabile e aumentare la pressione diplomatica su Cina e India, tagliandole fuori da una delle loro principali fonti di petrolio».

Staremo a vedere. L’esperienza di questi ultimi mesi ci ha però insegnato a tremare ogni volta che il tycoon presidente annuncia una «carta vincente».

 

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