Borsellino, una memoria scomoda per il M5S. Cosa insegna la polemica su Scarpinato

martedì, 21 Aprile 2026
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La memoria di Paolo Borsellino continua a incendiare il dibattito politico. L’ultima puntata vede in questi giorni contrapposti “il Giornale” e “Il Tempo” , da una parte, e il senatore del M5S Roberto Scarpinato, appoggiato dal suo partito, dall’altra.

I pentastellati accusano le due testate di aver organizzato una sorta di “macchina del fango” ai danni del loro parlamentare, componente della Commissione Antimafia nonché ex magistrato della Procura di Palermo. Materia del contendere è la pubblicazione delle conversazioni tra Scarpinato stesso e un altro ex magistrato palermitano, Gioacchino Natoli, indagato dalla Procura di Caltanissetta , insieme con l’ex Procuratore  di Roma Giuseppe Pignatone (nel 1992 era anch’egli a Palermo).  L’ipotesi è che si siano antrambi adoperati, d’intesa con l’allora procuratore capo di Palermo, Pietro Giammanco (poi deceduto), per disattivare l’inchiesta mafia-appalti, scaturita a sua volta da un rapporto dei Ros del 1981, rapporto che accusava alcune grandi imprese del Nord (tra cui  il gruppo Ferruzzi) di presunti e torbidi intrecci con Cosa Nostra per la gestione dei lavori pubblici a Palermo. Secondo i magistrati nisseni quel dossier sarebbe anche all’origine della strage di via D’Amelio perché a quell’indagine stava lavorando anche Borsellino.

Nell’intercettazione, Natoli esprime giudizi poco lunsinghieri sul giudice e su suo figlio Manfredi: “O Paolo Borsellino, buonanima, era pure lui un grande coglione come me che aveva il grande maestro della massoneria col muro confinante e non se n’era mai accorto oppure Palermo è questa!!! […] picchì proprio, ci pinzava stamatina, dissi: è splendido! se io muoio, se io muoio, i miei figli potranno andare a fare le conferenze nell’Anm alla pari di Manfredi Borsellino con capacità argomentative ben superiori a quelle di Manfredi! È chiaro?”. Si tratta di frasi scioccanti che ci fanno intendere il livello di veleno che impregnava (e che tutt’ora, probabilmente, impregna) l’atmosfera nel Palazzo di Giustizia a Palermo.

Sempre nella conversazione, Natoli e Scarpinato si accordavano anche sulle domande che quest’ultimo avrebbe rivolto al primo nell’ipotesi di una sua escussione in Commissione e concordavano i temi che Natoli avrebbe dovuto sviluppare con l’ausilio del senatore, il quale avrebbe dovuto “alzargli la palla” per consentirgli di introdurre determinate circostanze che entrambi erano interessati a fare emergere.

La prima cosa da dire è che i pentastellati sono i primi a riprendere e rilanciare le inchieste giornalistiche riguardanti esponenti della maggioranza e del governo in nome della libertà di stampa. Poi però, quando a finire nel mirino sono i  loro stessi rappresentanti politici, la libertà di stampa diviene d’incanto “macchina del fango”. Ma questo, in fondo, è  folklore…

Il punto sostanziale è un altro. Ed è che, dietro questa polemica, si scorge una vecchia linea divisoria all’interno della magistratura antimafia. Da un lato ci sono quelli che indicano nell’indagine sugli intrecci tra potere imprenditoriale e grande criminalità organizzata uno dei motivi principali motivi delle stragi del 1992. Il tentativo era di impedire che venisse scoperchiata la botola delle indicibili complicità tra sistema economico e potere mafioso, uno dei mali italiani più oscuri e pervasivi. E a tale proposito va ricordato che l’ex pm Antonio Di Pietro riferì a suo tempo l’intenzione di Borsellino di mettere in relazione le grandi inchieste di mafia con quelle, allora nascenti, del Pool Mani Pulite di Milano sul sistema delle tangenti.

Dall’altro lato ci sono illustri esponenti della Procura di Palermo, tra cui lo stesso Scarpinato, che puntano invece sulla presunta trattativa Stato-mafia. In questo filone rientrano anche 007 infedeli, neofascisti e, soprattutto, gli ipotetici rapporti tra Berlusconi e i mafiosi nella fase che precedette la nascita di Forza Italia. È un filone, quest’ultimo, che eccita in modo particolare la fantasia di molti giornalisti politicamente orientati a sinistra. Ma si tratta, in definitiva, di un teorema politico. Al quale però sono ancora in molti a essere legati.

Sintomatico quanto affermò Scarpinato nel dibattito sulla fiducia al governo nell’ottobre 2022: “Il governo Meloni si regge sui voti di un partito il cui leader ha mantenuto rapporti pluriennali coi mafiosi”. Già, l’evocazione della mafia può ancora rappresentare un’arma di delegittimazione politica. E i Cinque Stelle, quando possono, ne fanno abbondante ricorso.

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