Di Visioni Musicali: con il Rhapsódija Trio in viaggio nell’Europa che suona

venerdì, 24 Aprile 2026
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Di Visioni Musicali è il nuovo album del Rhapsódija Trio pubblicato da Sensible Records (Edizione Ishtar). Protagonisti Nadio Marenco alla fisarmonica, Luigi Maione alle chitarre e alla voce, Adalberto Ferrari ai clarinetti, sassofoni e fiati etnici: tre musicisti con biografie lunghe e percorsi diversi, uniti da una curiosità che in trent’anni non si è consumata. Un album che è un po’ come una mappa, che ti mostra un territorio che non sapevi esistesse.

Otto album alle spalle, collaborazioni con Silvio Soldini, Moni Ovadia, Antonio Albanese, una storia che attraversa cinema, teatro, danza e world music. Eppure Di Visioni Musicali non suona come un disco di chi ha già dato. Suona come un disco di chi ha ancora voglia di andare a vedere e che non smette di reinventarsi.

L’ingresso di Adalberto Ferrari — clarinettista e sassofonista di formazione classica e jazz, docente al Conservatorio di Vicenza, esploratore per vocazione — ha ridisegnato il perimetro sonoro del trio. Non si tratta di un semplice cambio di organico: Ferrari porta con sé una concezione musicale crossover che non riconosce confini stilistici, e questa libertà si propaga in tutto il disco, brano per brano, come una corrente sotterranea che affiora nei momenti meno attesi.

Papirossn, tratto da un’opera teatrale del compositore e poeta Herman Yablokoff, è uno dei momenti in cui questa libertà si fa più evidente. Il brano si apre con un’introduzione di sapore prog, costruita su un tempo dispari che disorientata senza essere ostile, e poi il tema originale emerge gradualmente, quasi con timidezza, per intrecciarsi con momenti di pura improvvisazione. I tre strumenti giocano a nascondino con la struttura: la trovano, la perdono, la ritrovano da un’altra parte. È un continuo equilibrio tra forma e libertà espressiva, e il trio lo gestisce con la disinvoltura di chi ha fatto abbastanza strada da non aver paura di perdersi.

Poi arriva Czarda, composizione di Nadio Marenco, e il disco cambia passo. Il titolo rimanda alla tradizionale danza ungherese, e il brano ne riprende la struttura narrativa: sezioni dal ritmo morbido che cedono il passo a momenti più incalzanti, un gioco di contrasti tra swing e atmosfere affini che tiene l’ascoltatore in movimento. Ma è il finale a sorprendere: in modo del tutto inaspettato, quasi con ironia, emerge una citazione di Volevo un gatto nero, celebre brano di Armando Soricillo e Francesco Saverio Maresca. Un tocco di leggerezza che non spezza il filo ma lo annoda in modo diverso, ricordando che la musica può permettersi di sorridere senza perdere la serietà.

Zapping, di Luigi Maione, è forse il brano che meglio descrive l’ambizione complessiva del progetto. Il titolo dice già tutto: è un cambio continuo di canale, un flusso che attraversa suggestioni urban, groove funk, sfumature mediterranee, atmosfere di musica popolare, paesaggi latin jazz. Non ha una struttura strofa-ritornello, non ha un centro fisso attorno a cui girare. Si evolve attraverso sezioni che si susseguono senza soluzione di continuità, più vicino a una narrazione sonora che a un brano tradizionale. Ascoltarlo è come guardare fuori dal finestrino di un treno che attraversa paesi diversi senza fermarsi: ogni paesaggio dura il tempo giusto, poi sparisce e arriva il prossimo.

Con Der Gasn Nigun il disco entra in un territorio diverso, più notturno e rarefatto. Il brano è un tradizionale klezmer, ma il trio lo trasforma radicalmente: il clarinetto basso e la chitarra elettrica stravolgono la fisionomia originaria del pezzo, spingendolo verso il blues, il jazz, la musica d’ambiente. La fisarmonica di Marenco arricchisce il tutto con un fraseggio lirico dal sapore vagamente francese. L’improvvisazione guida lo sviluppo in un’atmosfera metropolitana e a tratti psichedelica, dove le radici tradizionali si dissolvono in un linguaggio nuovo. È uno di quei brani che non sai bene dove collochino, e questo è esattamente il loro pregio.

Il viaggio si chiude con Firn Di Mekhutonim Aheym tradizionale klezmer originariamente suonato durante i matrimoni per accompagnare i consuoceri al termine della cerimonia. Il trio ne offre un’interpretazione radicalmente trasformata, con sonorità che evocano paesaggi desertici e atmosfere sospese — lontanissime dalla festa originaria, eppure cariche di una loro solennità. Il finale sorprende con l’inserimento di due citazioni: Misirlou e un brano di origine balcanica, Mujo Kuje. Due saluti prima della porta, due cartoline da posti che il disco ha attraversato senza fermarsi troppo a lungo.

È questa la qualità principale di Di Visioni Musicali: la capacità di costruire un atlante sonoro dell’Europa immaginata — non quella delle capitali e dei musei, ma quella dei vicoli, delle feste di paese, dei club fumosi, dei confini che cambiano nome a seconda di chi li attraversa — mantenendo sempre un’identità riconoscibile. Trent’anni di storia, un cambio di formazione che poteva destabilizzare e invece ha rinvigorito, un disco che sa dove vuole andare anche quando finge di perdersi. Il Rhapsódija Trio non si è fermato. Si è solo preso il tempo di capire da che parte guardare.

Vittorio Zenardi 

 

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