Ai Giardini e all’Arsenale della Biennale Arte di Venezia, nel secondo giorno di pre-apertura, la luce del mattino è ancora gentile, ma nell’aria già si respira tensione. Il meteo cambia rapidamente, si aprono gli ombrelli nelle lunghe file verso l’ingresso. Poi, all’improvviso, lo scenario cambia ancora: una macchia fucsia si muove compatta tra i viali, tagliando il brusio ovattato dei giornalisti. Sono le Pussy Riot, passamontagna calati sul volto, seni al vento, slogan che rimbalzano tra gli alberi, musica sparata da una cassa portatile, fumogeni rosa. Non è una performance annunciata in catalogo, ma una di quelle azioni che alla Biennale, da sempre, fanno saltare i confini tra arte e realtà.
Il bersaglio è chiaro: il Padiglione Russia, riaperto dopo quattro anni di assenza. Davanti all’ingresso, blindato dalle forze dell’ordine, si addensa in pochi minuti un piccolo corteo. Fumogeni gialli e blu tingono l’aria, bandiere ucraine si sollevano sopra le teste. Accanto alle Pussy Riot ci sono le Femen, arrivate a Venezia per saldare un’alleanza simbolica e rumorosa. Una ventina di persone, forse poco più, ma abbastanza per trasformare un accesso sorvegliato in un palcoscenico politico.
«Questa non è arte. È propaganda e voi ne fate parte», gridano, indicando il padiglione. Le parole si sovrappongono ai cori, mentre qualche visitatore si ferma, telefono in mano, incerto se assistere o allontanarsi. La scena dura un quarto d’ora scarso, ma ha la densità di un atto teatrale: entrata improvvisa, climax visivo, uscita forzata. Il tentativo di depistaggio iniziale — un appuntamento dato altrove ai giornalisti — aggiunge un retrogusto quasi performativo all’azione, come se anche la logistica facesse parte della drammaturgia.
Al centro della protesta, la presenza della Russia, tornata ufficialmente alla Biennale per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina. Una decisione che ha riaperto ferite mai rimarginate e acceso un dibattito che attraversa tutta la manifestazione: può l’arte essere davvero neutrale? Lo sostiene il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, rivendicando la necessità di uno spazio aperto dove si “selezionano opere e on passaporti”. A incarnare la protesta c’è anche la figura di Nadya Tolokonnikova, la guida delle Pussy Riot, che nei giorni precedenti aveva promesso azioni visibili e dirette. E la promessa è stata mantenuta, con un gesto che mescola attivismo, estetica punk e la consueta strategia mediatica. Un’irruzione calibrata, questa volta nel cuore di uno degli eventi culturali più osservati al mondo.
