Dopo i fatti di Modena nel week end e dopo una strage compiuta per un gesto che i più hanno catalogato come causato da follia psichiatrica escludendo la matrice terroristica, abbiamo chiesto il parere con un’intervista esclusiva alla dottoressa Roberta Bruzzone psicologa forense e criminologa investigativa che ci ha illustrato un quadro quello dell’odio ideologico sempre più diffuso in ambito di criminalità non solo nel nostro Paese.
Il confine tra pazzia e odio ideologico esiste o no?
Esiste, ma non è sempre una linea netta, pulita, rassicurante. Ed è proprio questo il punto. La follia non esclude automaticamente l’odio ideologico, così come l’odio ideologico non implica necessariamente la follia. Sono due piani diversi, che possono però intrecciarsi in modo estremamente pericoloso.
Un soggetto può avere un disturbo psichico e, nello stesso tempo, strutturare contenuti persecutori, rancorosi, religiosi, politici o ideologici. Oppure può usare un contenitore ideologico per dare una forma apparentemente “coerente” a un vissuto interno profondamente disorganizzato.
La domanda seria, quindi, non è se era pazzo o ideologizzato ma quale fosse la matrice prevalente del gesto. Se c’era una progettualità e se c’era consapevolezza. C’era adesione a un sistema di pensiero ostile? C’era una componente delirante? C’era capacità di intendere e di volere?
Ridurre tutto alla parola “pazzia” è comodo, ma spesso è anche fuorviante. Serve a tranquillizzare l’opinione pubblica, perché se diciamo “era folle” ci illudiamo che il problema riguardi solo un individuo fuori controllo. Ma non sempre è così semplice. In certi casi il gesto violento nasce proprio dall’incrocio tra fragilità psichica, isolamento, rancore, radicalizzazione personale e perdita progressiva del rapporto con la realtà.
Un paziente che è stato sottoposto a TSO e poi viene rimandato a casa è monitorato oppure? Come funziona il TSO? Quale intervento legislativo andrebbe fatto su questa modalità?
Il TSO non è una presa in carico eterna né una forma di custodia preventiva. È un trattamento sanitario obbligatorio disposto in presenza di condizioni precise: alterazione psichica tale da richiedere cure urgenti, rifiuto delle cure e impossibilità di adottare misure extraospedaliere adeguate.
Il punto critico arriva dopo. Una volta terminata la fase acuta, il paziente può essere dimesso e affidato ai servizi territoriali. In teoria dovrebbe esserci una continuità assistenziale: centro di salute mentale, controlli, terapia, monitoraggio, eventuale coinvolgimento della famiglia, valutazione del rischio clinico e comportamentale.
Il problema è che tra la teoria e la realtà, spesso, c’è un abisso. I servizi territoriali sono frequentemente sotto organico, sotto pressione e chiamati a gestire situazioni ad altissima complessità con strumenti insufficienti. E quando una persona interrompe le cure, si isola, manifesta comportamenti sempre più disorganizzati o aggressivi, il sistema fatica a intervenire in modo tempestivo.
Non credo serva trasformare il TSO in una scorciatoia repressiva. Sarebbe un errore grave. Ma serve certamente un intervento serio sul “dopo”: protocolli più stringenti di follow-up nei casi a rischio, scambio informativo più efficace tra strutture sanitarie e autorità competenti, maggiore responsabilizzazione dei servizi territoriali, strumenti rapidi per riattivare la presa in carico quando emergono segnali di deterioramento.
Il vero buco nero non è solo il TSO. È ciò che accade dopo la dimissione. Perché se un soggetto fragile, instabile o potenzialmente pericoloso rientra a casa e poi sparisce dai radar, non siamo davanti a una tutela: siamo davanti a una falla del sistema.
Che idea si è fatta lei di queste persone che commettono tali gesti? In che campo ci muoviamo?
Mi muoverei con estrema cautela, perché le diagnosi non si fanno sui giornali e non si fanno a distanza. Detto questo, sul piano criminologico questi gesti raramente esplodono dal nulla. Prima dell’atto eclatante spesso esiste una traiettoria: isolamento, rancore, vissuti persecutori, pensiero rigido, progressiva perdita di controllo, identificazione di un nemico, accumulo di rabbia e, in alcuni casi, fascinazione per una forma di violenza simbolica o dimostrativa.
Il gesto con cui si colpiscono persone inermi ha quasi sempre una componente comunicativa: “voglio fare male”, “voglio punire”, “voglio essere visto”, “voglio lasciare un segno”. Poi bisogna capire se questa comunicazione nasce da una matrice psicotica, da una matrice ideologica, da un disturbo di personalità, da una radicalizzazione individuale o da una miscela di questi elementi.
Il campo, dunque, è quello dell’intersezione tra psicopatologia, criminologia e sicurezza sociale. E quando questi piani si sovrappongono, il rischio aumenta enormemente.



