Nei giorni in cui i riflettori della stampa erano puntati sui protagonisti italiani del Roland Garros, un altro italiano, lontano dai riflettori, trionfava a Bruxelles. Nessuna racchetta in mano, in questo caso, ma un archetto.
Il 31 maggio 2026 il violoncellista romano Ettore Pagano, appena ventitreenne, ha conquistato il primo premio del Queen Elisabeth Competition, una delle competizioni musicali più prestigiose e selettive al mondo. Un successo che nel panorama della musica classica equivale a una vittoria in uno Slam o a una medaglia olimpica.
La sua affermazione è arrivata al termine di una finale di altissimo livello, nella quale ha interpretato la Sinfonia concertante op. 125 di Sergej Prokof’ev insieme all’Orchestre National de Belgique. Al primo premio si aggiungono 25.000 euro e il privilegio di poter suonare per quattro anni il prezioso violoncello Goffriller “Casals” del 1733, appartenuto a Pablo Casals.
Per gli addetti ai lavori si tratta di un risultato storico. Come ha scritto il Giornale della Musica, Pagano è diventato «il primo musicista del Bel Paese a vincere il primo premio nella storia di questa importantissima competizione belga, nata nel 1937 e universalmente riconosciuta come uno dei concorsi musicali più severi e prestigiosi al mondo». Anche il Corriere della Sera ha sottolineato l’eccezionalità del traguardo, definendolo «il primo italiano in quasi 90 anni» a trionfare al concorso Queen Elisabeth di Bruxelles e parlando di «un successo storico per la nostra scuola strumentale» capace di proiettare il giovane musicista «in un olimpo molto circoscritto».
Eppure, al di fuori dei circuiti specializzati, la notizia ha avuto una risonanza limitata. E questo sorprende ancora di più se si considera il percorso che ha portato Pagano fino a Bruxelles. Formatosi tra il Conservatorio Santa Cecilia, l’Accademia Stauffer e l’Universität der Künste di Berlino, il violoncellista romano aveva già conquistato riconoscimenti importanti come il Premio Abbiati, l’ICMA Classeek Award, il secondo posto al Concorso Enescu e il primo premio al Khachaturian International Competition. Non si tratta quindi di un exploit episodico, di una rivelazione improvvisa, ma del punto più alto di una crescita artistica costruita negli anni attraverso studio, lavoro duro, concorsi e concerti internazionali.
In un’intervista rilasciata a Repubblica subito dopo la vittoria, Pagano ha raccontato di considerare Bruxelles il traguardo conclusivo della sua esperienza nei concorsi: «Non credo farò più concorsi, Bruxelles era l’ultima vetta». Ora lo attendono tournée internazionali e un calendario fitto di impegni, conseguenza diretta del successo ottenuto in Belgio. E c’è un dettaglio che rende ancora più curioso il parallelismo con i giorni del Roland Garros. Mentre il tennis monopolizzava l’attenzione mediatica italiana, Pagano ha raccontato di aver iniziato proprio in queste settimane a prendere lezioni di tennis. Una coincidenza divertente: mentre Sinner e compagni inseguono i grandi trofei della racchetta, uno dei più importanti traguardi del 2026 per l’Italia è arrivato grazie a un ragazzo che impugna un archetto e che, solo adesso, sta imparando a maneggiare una racchetta.
La sua vicenda pone però una domanda che va oltre la musica classica. Perché quando un italiano raggiunge il vertice mondiale nel proprio settore culturale la notizia fatica a trovare spazio nel dibattito pubblico? Se un atleta avesse conquistato un grande titolo internazionale, probabilmente avremmo assistito a una celebrazione collettiva immediata. Nel caso di un musicista, invece, l’eco sembra restare confinata agli ambienti specialistici.
Eppure il successo di Ettore Pagano racconta esattamente ciò che il Paese afferma di voler valorizzare: talento, formazione, merito e riconoscimento internazionale. La sua vittoria resta un motivo di orgoglio per la musica italiana e rappresenta uno dei risultati più importanti ottenuti negli ultimi anni da un giovane interprete del nostro Paese. Una vittoria che avrebbe meritato maggiore attenzione pubblica e invece, per molti, è rimasta una nota lontana. Che vale la pena ascoltare.
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