Indiscrezione clamorosa. Nucleare contro l’Iran: quanto è realistica

giovedì, 11 Giugno 2026
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L’indiscrezione lanciata da Seymour Hersh secondo cui Donald Trump avrebbe discusso con i propri collaboratori l’eventuale impiego di armi nucleari contro l’Iran ha inevitabilmente attirato l’attenzione di analisti militari, diplomatici e osservatori internazionali. Al momento non esistono conferme ufficiali, ma la notizia pone una questione che va oltre la cronaca: esiste realmente uno scenario in cui Washington potrebbe prendere in considerazione un’opzione nucleare? La risposta è più complessa di quanto sembri.

Dal punto di vista strettamente militare, il problema principale riguarda la capacità di distruggere in modo definitivo alcune infrastrutture strategiche iraniane. Negli ultimi decenni Teheran ha investito enormi risorse nella realizzazione di siti fortificati, strutture sotterranee e complessi costruiti per resistere a bombardamenti convenzionali. Proprio questa caratteristica ha alimentato periodicamente il dibattito negli ambienti strategici americani sulla necessità di possedere capacità in grado di colpire obiettivi estremamente protetti.

Questo non significa che gli Stati Uniti siano vicini all’impiego di un’arma nucleare. Significa però che, nei piani teorici di ogni grande potenza, vengono normalmente analizzate anche le opzioni più estreme. I militari studiano scenari che i politici sperano di non dover mai utilizzare.

Esiste poi una differenza fondamentale tra arma nucleare strategica e arma nucleare tattica. Quando si parla di opzioni contro strutture militari fortificate, gli analisti fanno generalmente riferimento a dispositivi a potenza relativamente limitata rispetto alle grandi testate strategiche della Guerra Fredda. Anche in questo caso, tuttavia, l’aggettivo “limitato” può risultare fuorviante. L’impatto politico e psicologico sarebbe enorme.

Dal 1945 nessuno Stato ha più utilizzato armi nucleari in combattimento. In oltre ottant’anni si è consolidato quello che gli studiosi definiscono “tabù nucleare”: una barriera politica, morale e strategica che ha resistito persino nei momenti più critici della Guerra Fredda. Superare quella soglia significherebbe modificare radicalmente le regole che hanno governato la deterrenza globale per generazioni.

Per Washington il costo diplomatico sarebbe immenso. Gli Stati Uniti hanno costruito gran parte della propria leadership internazionale anche sulla gestione responsabile dell’arsenale nucleare. Un eventuale utilizzo aprirebbe interrogativi che andrebbero ben oltre il teatro iraniano.

La storia militare dimostra che distruggere infrastrutture non equivale necessariamente a eliminare conoscenze, competenze scientifiche o capacità industriali. Anche qualora un attacco ottenesse il risultato militare desiderato, resterebbe aperta la questione delle conseguenze strategiche a lungo termine.

MP per CISINT – Centro Italiano di Strategia e Intelligence

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