MO le novità dalla Cisgiordania a Hormuz

mercoledì, 17 Giugno 2026
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Il Medio Oriente si conferma una polveriera in cui le tensioni sul campo si intrecciano con i delicati equilibri della diplomazia internazionale. Nelle ultime ore, la Cisgiordania è stata teatro di nuovi e gravi scontri, mentre sul fronte geopolitico globale i riflettori sono tutti puntati sul G7 di Évian e sull’imminente firma dello storico memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran. Un accordo che, tuttavia, non sembra aver placato i toni bellicosi del presidente americano Donald Trump.

Assalto alle moschee a nord di Ramallah

La tensione è schizzata alle stelle nei villaggi di Jaljulia e Mazra’a al-Nubani, situati a nord di Ramallah. Secondo quanto riferito dai media palestinesi – che hanno diffuso le immagini dell’accaduto – un gruppo di coloni israeliani ha fatto irruzione nei due centri abitati, dando fuoco all’ingresso di due moschee e imbrattando le mura degli edifici sacri con slogan razzisti e frasi inneggianti all’odio.
Fonti dell’agenzia di stampa Wafa precisano che i residenti locali sono intervenuti tempestivamente per affrontare i coloni e impedire che i roghi distruggessero l’interno delle moschee. Subito dopo l’alterco, le forze di sicurezza israeliane hanno fatto irruzione nelle località, disperdendo la folla e sparando gas lacrimogeni e granate stordenti contro i residenti palestinesi.

Israele si spacca: proteste ultraortodosse a Bnei Brak

Le tensioni non risparmiano l’interno del territorio israeliano. La polizia di Tel Aviv ha confermato l’arresto di comprese cinque persone durante una violenta protesta che ha paralizzato la Route 4, nei pressi di Bnei Brak.
La manifestazione, nata per protestare contro l’arresto di alcuni renitenti alla leva della comunità ultraortodossa, è stata dichiarata illegale dalle autorità. Stando a quanto riferito dai media ebraici e dai comunicati delle forze dell’ordine, alcuni attivisti si sono spinti fino a sdraiarsi sotto i veicoli nel tentativo di impedire lo sgombero della carreggiata. La polizia è dovuta intervenire adottando severe “misure di dispersione” per sparpagliare la folla e ripristinare il traffico.

Sondaggi in calo per Netanyahu dopo l’asse Washington-Teheran

Questo clima di instabilità si riflette pesantemente sulla tenuta politica del governo israeliano. Un sondaggio pubblicato martedì sera dall’emittente Kan News evidenzia come il Likud, il partito del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, abbia registrato un calo di un seggio rispetto alla rilevazione precedente, dopo l’annuncio del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran. L’intera coalizione attuale appare in difficoltà, complice anche il fatto che il partito sionista religioso ha superato per la prima volta la soglia di sbarramento; un’eventuale presentazione con i partiti arabi in una lista comune indebolirebbe ulteriormente la coalizione, facendo perdere un altro seggio.
Se da un lato Netanyahu resta il candidato più accreditato alla carica di premier tra tutti gli intervistati che hanno espresso un’opinione su Naftali Bennett, Gadi Eisenkot e Avigdor Lieberman, dall’altro la maggioranza degli elettori dell’opposizione sostiene la leadership di Eisenkot (il 44% contro il 36% di Bennett).

Il sondaggio mostra chiaramente lo scetticismo e la paura dell’opinione pubblica israeliana rispetto agli scenari internazionali:

  • Solo il 18% degli intervistati ha risposto di sostenere l’accordo firmato tra Stati Uniti e Iran, mentre il 55% si è opposto nettamente.
  • Il 70% teme ancora la minaccia iraniana, anche dopo l’operazione “Roaring Harry” e la firma dell’accordo.
  • Agli intervistati è stato chiesto se si sentissero più sicuri, quasi tre anni dopo il 7 ottobre: il 39% ha risposto di sentirsi meno sicuro, a fronte di un magro 26% il cui senso di sicurezza è aumentato.
  • Nonostante la firma dell’accordo, il 40% degli intervistati ritiene che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continuerà a essere considerato un “grande amico di Israele”.

Il monito di Trump: «Se l’Iran non si comporta bene, torniamo a sganciare bombe»

Le preoccupazioni di Israele sembrano trovare una sponda, almeno nei toni, proprio nelle ultime dichiarazioni incendiarie di Donald Trump. A margine del vertice del G7 a Évian, durante un bilaterale con il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi, l’inquilino della Casa Bianca ha voluto mandare un durissimo avvertimento a Teheran, a soli due giorni dalla firma al Bürgenstock, in Svizzera, del memorandum d’intesa fra Washington e Teheran.

«Non è un testo finale, è un protocollo di accordo – ha detto Trump – e se non mi piacerà, se non si comporteranno bene, ricominceremo a sganciare bombe in pieno sulle loro teste».

Il presidente americano ha rincarato la dose affermando che gli iraniani «si sono comportati male per 47 anni», tornando di nuovo a riferirsi alla caduta dello Scià, alleato degli Stati Uniti, e all’inizio della Repubblica Islamica nel 1979. Trump ha poi ripetuto che gli Stati Uniti non investiranno in Iran nel quadro dell’accordo concluso per mettere fine alla guerra, i cui dettagli non sono stati ancora resi ufficialmente pubblici, smentendo le voci di corridoio: «È falso, noi non investiremo neppure 10 centesimi» nella Repubblica islamica.

Nonostante le minacce dirette all’Iran, Trump si è detto entusiasta dell’andamento dei lavori, lodando la macchina organizzativa francese e il presidente Emmanuel Macron: «Abbiamo avuto ottimi incontri, è stato un grande vertice. E la Francia ha fatto un lavoro fantastico. Il presidente Emmanuel Macron ha fatto davvero un ottimo lavoro».

 

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