La prova di Ankara: Meloni rassicura su spese NATO e Ucraina

giovedì, 2 Luglio 2026
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L’Italia arriva al vertice NATO cercando un equilibrio sempre più difficile: rassicurare gli Stati Uniti sulla tenuta dell’alleanza, confermare gli impegni sulla crescita delle spese per la difesa e, allo stesso tempo, spegnere sul nascere ogni sospetto di un rallentamento del sostegno a Kiev. È questo il filo conduttore della riunione convocata a Palazzo Chigi da Giorgia Meloni con i Antonio Tajani, Giancarlo Giorgetti e Guido Crosetto, un confronto servito a definire la linea italiana in vista del summit di Ankara del 7 e 8 luglio dove l’Italia sarà tra gli osservati speciali.

Sul tavolo c’è innanzitutto il dossier della spesa militare. L’obiettivo indicato dalla premier è quello di presentarsi al vertice con un livello di investimenti in difesa e sicurezza pari al 2,8% del Pil, primo passo di un percorso che dovrebbe condurre al 5% entro il 2035 secondo gli impegni assunti in sede NATO. Una crescita significativa, anche se una parte consistente dell’aumento è rappresentata dalle spese per la sicurezza interna, mentre resta ancora aperta la partita sull’eventuale ricorso ai prestiti europei del programma SAFE, decisione rinviata dal Ministero dell’Economia ai prossimi mesi. La riunione di Palazzo Chigi è servita anche a fugare le ricostruzioni circolate nelle ultime ore secondo cui Roma sarebbe pronta a frenare sull’inserimento, nella dichiarazione finale del vertice, di un riferimento al proseguimento del sostegno militare all’Ucraina oltre il 2027. Da Palazzo Chigi è arrivata una smentita: nessun ripensamento sugli aiuti a Kiev e nessuna apertura verso posizioni filorusse. L’unica attenzione, spiegano fonti governative, riguarda una formulazione che lasci aperto lo spazio a un eventuale negoziato di pace senza compromettere il sostegno all’Ucraina.

A rendere il clima più delicato sono anche le pressioni provenienti da Washington. L’ambasciatore statunitense presso la NATO, Matthew Whitaker, ha richiamato gli alleati “in ritardo” sugli investimenti nella difesa e annunciato un confronto anche sull’utilizzo delle basi militari americane. Un messaggio che arriva dopo le polemiche sul caso Sigonella e mentre i rapporti tra Roma e l’amministrazione americana attraversano una fase di particolare attenzione.

Su questo fronte è intervenuto Guido Crosetto, chiamato nuovamente a riferire in Parlamento dopo le polemiche suscitate dalle dichiarazioni del segretario generale della NATO Mark Rutte. Il ministro della Difesa ha confermato che tra il 28 febbraio e il 23 giugno sono partiti 518 voli dalle basi statunitensi presenti in Italia, precisando però che nessuno era destinato a operazioni belliche “cinetiche”. Anzi, ha rivendicato che il governo ha negato l’autorizzazione a diversi voli che eccedevano il perimetro degli accordi bilaterali, scelta che avrebbe provocato il disappunto dell’amministrazione americana. Crosetto ha quindi contrattaccato sul terreno politico, ricordando che nello stesso periodo del 2019, durante il governo Conte, i voli autorizzati furono 722. Un paragone con cui il ministro punta a respingere le accuse delle opposizioni e, in particolare, del Movimento 5 Stelle, rivendicando una gestione trasparente e rigorosa dei rapporti con gli alleati.

La linea dell’esecutivo resta dunque quella di presentarsi ad Ankara come un partner affidabile, capace di mantenere gli impegni assunti con la NATO senza rinunciare a far valere gli interessi italiani. Un equilibrio delicato che Meloni proverà a difendere anche nel confronto con gli Stati Uniti, in una fase in cui ogni dossier, dalle spese militari all’Ucraina fino all’utilizzo delle basi, è destinato a pesare nei rapporti all’interno dell’Alleanza.

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