E scisma fu. Con le quattro ordinazioni di vescovi non autorizzate dal Papa, la Fraternità sacerdotale di San Pio X si è automaticamente posta al di fuori della Chiesa. La scomunica avviene ex “latae sententiae”, come recita la formula di diritto canonico che si applica in questi casi.
Questo evento non scalfisce in alcun modo l’autorità e il prestigio di Leone XIV, che fino all’ultimo ha tentato di evitare questo strappo dentro la Chiesa mostrando la massima volontà di dialogo nei confronti della comunità ribelle. Lascia un po’ interdetti l’idea di uno scisma (perché di questo si tratta, al di là delle dimensioni del movimento lefebvriano) in nome della Tradizione, con la “ti” maiuscola, a significare la validità perenne di un corpus dottrinale, liturgico e simbolico.
Ma in questa proposizione c’è un limite insuperabile. Per il cattolicesimo, la Tradizione (o tradizione con la minuscola, come la vogliamo scrivere) è una tradizione vivente ed è rappresentata dal Papa. Non fa sconti, ai lefebvriani, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, già prefetto dell’ex sant’Uffizio: «Ma quale tradizione, la tradizione parla della potestà del Papa come Successore di Pietro. Si comportano come Lutero cinque secoli fa: accetterò il Papa quando il Papa accetterà la mia idea di tradizione. Tutto questo è ridicolo».
Da un punto di vista dell’ortodossia, soprattutto ai fini dell’unità della Chiesa, il discorso del porporato è ineccepibile. Però questa considerazione non esaurisce il discorso sui lefebvriani, sul perché della loro permanenza nel tempo, sui motivi della loro diffusione in vari Paesi. La Fraternità sacerdotale di San Pio X (fu il Papa che condannò il modernismo in seno al cattolicesimo) vive da oltre cinquant’anni, fin da quando monsignor Marcel Lefebvre, ex arcivescovo di Dakar, si scagliò contro il Concilio Vaticano II, accusandolo di eccessivi cedimenti alle ideologie mondane, e fondò in Svizzera, a Econe, un seminario secondo le antiche regole.
Da allora questo movimento è un punto di riferimento costante per i tradizionalisti cattolici (quelli che seguono la Messa in Latino secondo il canone liturgico di San Pio V) ma è anche, nello stesso tempo, osteggiato, non tanto dai progressisti (come è ovvio), bensì dai conservatori, proprio da quelli che dovrebbero essere, a questo movimento, più vicini, i quali però fanno dell’obbedienza al Papa un punto fermo. E c’è anche da dire che per tutti (o quasi), il Pontificato di Leone XIV rappresenta un’occasione di ricucitura delle varie lacerazioni che si sono in qualche modo prodotte nella Chiesa con Papa Francesco.
Chi però segue la Fraternità sacerdotale di San Pio X non si pone questi problemi. Si tratta certo di una minoranza di credenti, che però ha la sua consistenza. Tant’è che ieri sono accorsi in migliaia, a Econe, ad assistere al rito di consacrazione dei quattro vescovi.
Dove risiede allora il richiamo dei lefebvriani? Perché tanta gente accorre ad assistere ai riti da essi officiati? Non è facile rispondere. Diciamo che questo movimento smuove corde profonde nell’animo di tanti europei e americani. Non è un fatto tanto religioso quanto esistenziale, antropologico e, se vogliamo, anche estetico, dando però a questo termine il suo significato più alto e più intenso. Possiamo in certo senso dire che la Fraternità di San Pio X, i suoi riti, le sue liturgie, i suoi canti, il suo “stile” inteso nel modo più ampio fanno riemergere quell’”homo religiosus” presente nell’animo occidentale che la modernità e la postmodernità hanno coperto, se vogliamo anche sepolto, senza però mai riuscire a sopprimerlo.
Nei riti dei lefebvriani c’è il fascino del tempo al di fuori della storia. C’è quell’irruzione di sacro che testimonia il fatto che il Medio Evo delle cattedrali non è solo pietra usurata dal tempo, ma qualcosa di vivo (a suo modo) e di presente, qualcosa che resiste all’”homo technologicus” e all’”homo oeconomicus”, con tutto il loro carico di scetticismo e disincanto. È un’esigenza insopprimibile, anche nel tempo della secolarizzazione, dell’intelligenza artificiale e della realtà virtuale. È il bisogno di “incanto” nell’epoca del cinismo e del materialismo, un bisogno che prende certo anche altre strade, ma che, per quello che riguarda i lefebvriani, conduce al culto della Tradizione con la “ti” maiuscola.
È plausibile pensare che la scomunica di ieri non chiuda definitivamente la vicenda dei rapporti tra Vaticano e Fraternità San Pio X. Questa vicenda è alimentata da correnti profonde che agiscono nella coscienza occidentale.



