Morto ammanettato. Chi era Abderrrahim Fakir? La famiglia grida vendetta

lunedì, 20 Luglio 2026
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Abderrahim Fakir, 42enne deceduto dopo essere stato ammanettato dalla polizia era nato in Marocco e residente da 7 anni in Italia a Sasso Marconi, è deceduto mentre gli agenti lo stavano contenendo a terra. L’uomo si dimenava e urlava, poi ha perso conoscenza. Classe 1983, sposato, lavorava come facchino in una ditta di logistica. Viveva a Borgonuovo, nel comune di Sasso Marconi. Secondo quanto raccontato dal fratello Mohamed e dalla sorella, Fakir si trovava al Pilastro per trovare un amico. “Era un bonaccione. Non ha mai fatto male a nessuno e ha fatto una morte indegna” dice il fratello. La madre era morta un paio d’anni fa. Al Pilastro era conosciuto: dopo la tragedia decine di persone si sono radunate nei garage del quartiere intonando canti di preghiera al passaggio della salma. Secondo la Questura di Bologna l’intervento era su richiesta di cittadini che avevano segnalato una persona in escandescenza e del conseguente danneggiamento di un’auto. “Per contenere il soggetto gli agenti sono stati aiutati anche da altri cittadini. È stato subito chiamato il 118. Dopo le operazioni di contenimento, effettuate anche alla presenza dei sanitari, l’uomo è deceduto” si legge nella nota. Le bodycam degli agenti saranno consegnate alla magistratura. Anche l’Ausl ha aperto un’indagine interna. La famiglia parla di “assassinio di Stato”. Nel pomeriggio di ieri si è tenuto un presidio con slogan contro la polizia e gesti mutuati dal movimento Black Lives Matter: inginocchiati e pugno alzato. “Non hanno avuto pietà per mio fratello!” ha gridato la sorella, chiedendo “giustizia e vendetta”. Sul piano istituzionale, il sindaco di Bologna Lepore e il presidente della Regione de Pascale hanno chiesto piena luce sui fatti. Tono diverso dai palazzi in primis Bignami, capogruppo FdI alla Camera tuona: “L’intervento delle Forze dell’Ordine risulta condotto con professionalità e modalità consone”. Ma analizzando i fatti nel complesso possiamo dire che siamo di fronte ad un altro morto dopo un fermo di polizia, un altro quartiere che scende in strada. Nella comunità che conosceva la vittima non si è parlato di spaccio o di degrado, ma di un uomo conosciuto da tutti che è finito a terra ammanettato e non si è rialzato più. Tra la versione della famiglia e quella della Questura manca il pezzo centrale: cosa è successo in quei minuti tra la chiamata al 118 e il decesso. Le bodycam ora sono l’unica cosa che può chiudere o riaprire il cerchio. Il caso Fakir riaccende 3 nodi tipici di queste vicende: Prima di tutto il confine tra contenimento e rischio è sottilissimo. La presenza del 118, citata dalla Questura, sarà un punto chiave per capire tempi e modalità dell’intervento. 2. La fiducia. La famiglia usa subito la parola “assassinio di Stato” e richiama George Floyd. È il linguaggio della rabbia, ma anche il segnale di un cortocircuito tra cittadini e istituzioni che a Bologna, ha radici lunghe. 3. La politica. Le reazioni sono già divise: a sinistra richiesta di verità, a destra difesa a priori dell’operato. Nel mezzo ci sono i video delle bodycam. Saranno loro a dire se c’è stata proporzione, ritardo nei soccorsi, o errore. Ora la palla passa alla Procura.

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