Violenza sessuale su una 13enne in un minimarket. Sì dice pentito e viene scarcerato

martedì, 1 Settembre 2026
2 minuti di lettura

Era uscita di casa per comprare la merenda per i fratelli, ma non è riuscita a tornare da sola. È la drammatica vicenda di una ragazzina di 13 anni che, secondo l’accusa, sarebbe stata vittima di violenza sessuale all’interno di un minimarket di Madonna di Campagna, alla periferia Nord di Torino. Le immagini delle telecamere del negozio avrebbero documentato anche un’altra aggressione, ai danni di una donna ancora da identificare, avvenuta circa quaranta minuti prima.

L’uomo, un dipendente del negozio di 42 anni, era stato arrestato e portato in carcere. Ma dopo due notti il gip ha disposto la scarcerazione, applicando nei suoi confronti la misura cautelare dell’obbligo di firma. Una decisione che ha immediatamente alimentato polemiche politiche e interrogativi sulla valutazione delle esigenze cautelari.

Il pubblico ministero Paolo Cappelli, che coordina l’inchiesta, aveva chiesto la custodia cautelare in carcere, evidenziando il concreto pericolo che l’indagato, se lasciato libero, potesse commettere reati della stessa specie. Un rischio che, secondo la procura, apparirebbe particolarmente rilevante alla luce della contestazione e della ricostruzione di due episodi avvenuti nell’arco di meno di un’ora.

Il gip avrebbe invece valorizzato diversi elementi a favore della scarcerazione: l’uomo è incensurato, avrebbe collaborato consegnando agli investigatori i filmati delle telecamere e, durante l’udienza di convalida, avrebbe manifestato resipiscenza, dichiarandosi dispiaciuto per quanto accaduto. L’indagato, difeso dall’avvocata Francesca D’Urzo, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Il commerciante è quindi tornato libero, con l’obbligo di firma presso il commissariato più vicino. Una decisione che ha provocato la reazione trasversale di esponenti politici torinesi e nazionali, pur con accenti diversi.

“Se chiediamo alle donne di denunciare, se diciamo alle ragazze che lo Stato è dalla loro parte, dobbiamo essere conseguenti”, affermano il senatore Roberto Rosso, segretario provinciale di Forza Italia Torino, e Marco Fontana, segretario cittadino del partito. I due rivendicano il tradizionale approccio garantista di Forza Italia, ma sottolineano che “essere garantisti non significa rinunciare al buonsenso” e chiedono che la tutela dell’indagato conviva con quella delle vittime e con la sicurezza della collettività.

Sul caso è intervenuto anche Enrico Aimi, consigliere laico del Csm eletto in quota Forza Italia, secondo cui la vicenda impone una riflessione sul modo in cui vengono valutate le esigenze cautelari nei procedimenti per violenza sessuale, soprattutto quando la persona offesa è una tredicenne. Aimi ritiene “doveroso” che il Csm valuti l’apertura di una pratica sulla professionalità del magistrato e che si attendano, parallelamente, gli esiti dell’attività ispettiva.

Proprio l’invio degli ispettori al Tribunale di Torino è stato disposto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio. Una decisione che, secondo Aimi, rappresenta “un segnale importante” davanti a una vicenda che ha provocato un forte allarme sociale. E che ha incassato il plauso anche di Matteo Salvini e Maurizio Gasparri. L’attività ispettiva, viene sottolineato, dovrà svolgersi nel rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, verificando se nella gestione del procedimento siano emersi eventuali elementi meritevoli di approfondimento.

Dura anche la posizione del Partito democratico. I parlamentari dem della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio hanno annunciato un’interrogazione al ministro Nordio. “La pericolosità sociale di un soggetto recidivo nulla ha a che vedere con il pentimento”, sostengono, contestando quella che definiscono una possibile sottovalutazione del rischio per le donne. “La violenza sessuale su una minore di 14 anni è grave e preoccupante”, aggiungono, chiedendo chiarimenti sulla decisione del gip.

Critica anche la senatrice torinese di Fratelli d’Italia Paola Ambrogio, che parla della necessità di “segnali inequivocabili di rigore, fermezza e tutela assoluta delle vittime”. Secondo Ambrogio, in casi di tale gravità la dichiarata resipiscenza dell’indagato non può apparire prevalente rispetto alle esigenze di protezione della vittima e di sicurezza della collettività.

Saranno ora gli sviluppi dell’inchiesta a chiarire la dinamica dei fatti e le responsabilità, mentre l’ispezione disposta dal ministro dovrà accertare, per quanto di competenza, se nell’iter giudiziario siano state rispettate tutte le regole e se la valutazione delle esigenze cautelari sia stata adeguatamente motivata.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.