Venezia83 – “Demetra in esilio” di Maria Giovanna Cicciari: recensione

venerdì, 4 Settembre 2026
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Demetra in esilio di Maria Giovanna Cicciari

Unico film italiano alla Biennale College Cinema di Venezia 83, un esordio nella fiction imperfetto ma capace di una sua poesia

Presentato in anteprima alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia all’interno della Biennale College Cinema, Demetra in esilio segna l’esordio nella fiction della documentarista Maria Giovanna Cicciari, autrice già nota per un percorso di ricerca sul paesaggio, sulla memoria e sulle presenze invisibili che attraversano i luoghi (da In nessun luogo resta ad Atlante 1783, fino a L’ambasciatore, la danzatrice e il vulcano). Con questo primo lungometraggio, unico titolo italiano selezionato nel programma dedicato agli autori al loro primo o secondo film, Cicciari si misura per la prima volta con la narrazione di finzione, portando con sé lo sguardo attento al paesaggio e ai corpi che ha coltivato nel documentario.

Sinossi

È estate a Milano. La città è deserta, silenziosa, soffocata dal caldo. In un appartamento pieno di libri, raffrescato solo da ventilatori sempre accesi, vivono Daria e sua figlia Lia (rispettivamente Roberta Rovelli e Ioana Miruna Drajneanu). Daria, depressa e affaticata, non esce più di casa: si è costruita un piccolo ecosistema di piante che la tiene ancorata a uno spazio sempre più ristretto. Lia esce solo per la spesa e per lavorare a un progetto artistico ispirato al mito di Demetra e Persefone, cercando, immagine dopo immagine, la propria emancipazione. Sono proprio le riprese che Lia fa fuori casa a condurla, poco a poco, verso il riconoscimento del proprio destino.

Il mito riletto in chiave contemporanea

Il film rielabora apertamente il mito di Demetra e Persefone: il rapimento della giovane dea da parte di Ade, e con esso l’origine dell’alternarsi delle stagioni, diventa qui metafora del rapporto tra una madre e una figlia che devono, ciascuna a suo modo, attraversare una forma di perdita. La fonte dichiarata non è però la mitologia classica tout court, ma la sua rilettura fiabesca operata da Heinrich Heine ne Gli dèi in esilio, il racconto in cui il poeta tedesco immagina il destino degli antichi dei pagani dopo l’avvento del Cristianesimo. Da qui il titolo, e da qui l’idea di una Demetra “in esilio”: non più regina dei campi, ma monarca di un microcosmo domestico fatto di vasi, foglie e silenzi.

È un’operazione ambiziosa, che trasforma l’appartamento milanese in una sorta di serra-mausoleo, un utero vegetale in cui la casa diventa estensione organica del corpo materno. La regista dichiara di aver voluto trasporre la ciclicità del mito originario nella forma del loop: le giornate di Lia, scandite dalla cura di Daria, si ripetono con piccole variazioni, lasciando affiorare sotto la routine un disfacimento emotivo che conduce verso un esito ormai inevitabile.

È qui che il film convince di più. La fotografia costruisce con cura l’atmosfera sospesa e allucinata di cui parla la regista: la luce che entra nelle stanze afose disegna geometrie quasi invisibili, e restituisce bene il senso di reclusione volontaria in cui vivono le due protagoniste. Efficace anche la colonna sonora originale firmata da Santiago Rivas Bao ed Eva Rivas Bao, che accompagna senza sovrastare la dimensione onirica e claustrofobica del racconto, sottolineandone i momenti di tensione senza mai diventare invadente.

Demetra in esilio di Maria Giovanna Cicciari

Convincente anche la prova delle due interpreti: Roberta Rovelli restituisce con naturalezza la fragilità di una Demetra spodestata, mentre Ioana Miruna Drajneanu dà corpo a una Persefone contemporanea che osserva le crepe della propria prigione con una grazia dolente, mai sopra le righe.

Il film, tuttavia, non riesce sempre a sostenere l’ambizione del proprio impianto simbolico. Il parallelismo con il mito, dichiarato fin dal titolo e ribadito nelle dichiarazioni della regista, resta spesso più un’intenzione dietro le quinte che qualcosa che arriva davvero allo spettatore in sala: si avverte il rischio di un’operazione un po’ troppo cervellotica, costruita più a tavolino che percepita nella visione. Il legame madre-figlia funziona meglio quando è osservato nella sua dimensione claustrofobica e quotidiana che quando cerca esplicitamente l’aggancio mitologico.

Sul piano del ritmo, la scelta del loop narrativo, se da un lato è coerente con l’idea di ciclicità che la regista voleva trasmettere, dall’altro si paga in alcuni tratti con un calo di tensione: le variazioni minime tra una giornata e l’altra faticano a volte a reggere la durata del film, e il senso di dilatazione temporale voluto in partenza rischia in certi momenti di trasformarsi in un affaticamento reale per lo spettatore.

Demetra in esilio è un film imperfetto, ma onesto nella propria imperfezione: un primo passo nella fiction che porta con sé la sensibilità visiva e il rigore concettuale già maturati nel percorso documentario di Maria Giovanna Cicciari. Funziona quando si lascia guidare dall’osservazione dei corpi, dei gesti quotidiani e degli spazi domestici trasformati in giungla interiore; si irrigidisce un po’ quando insiste sul disegno simbolico esplicito. Resta comunque un’opera originale, sorretta da una fotografia curata e da una colonna sonora che meritano di essere segnalate, e da un’idea di cinema — quella del rapporto tra ciò che si vede e il fuori campo, cara alla regista fin dalle sue dichiarazioni — che promette sviluppi interessanti per i suoi lavori futuri.

“Demetra in esilio” si può vedere in streaming durante le giornate della 82° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, grazie a Biennale Cinema Channel e a MYmovies One.

Vittorio Zenardi 

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