Dal 1° settembre è disponibile in tutte le librerie italiane e nei principali digital store Le parole che servono, il nuovo libro del conduttore televisivo e regista Anthony Peth, pubblicato da Armando Editore.
Con la prefazione della giornalista e scrittrice Silvana Giacobini, il libro va oltre il semplice racconto autobiografico: è un viaggio attraverso le difficoltà, la consapevolezza e la capacità di ricominciare. Un inno alla vita e alla rinascita, rivolto soprattutto a chi sta attraversando un momento difficile e cerca la forza e, appunto, le parole giuste per ripartire.
Anthony, il pubblico ti conosce per il tuo sorriso e la tua energia in televisione, ma questo libro svela un percorso intimo e doloroso. Com’è nata l’idea di “Le parole che servono”?
Il libro nasce dall’esigenza di dare un ordine al caos che la malattia ti lascia dentro. Ho voluto creare una sorta di “vocabolario dell’esistenza” composto da cinquanta parole chiave. Ogni termine rappresenta una tappa del viaggio che ho affrontato dopo la diagnosi di osteosarcoma, una rara forma di tumore osseo che mi ha colpito quando avevo solo 15 anni. È un modo per condividere ciò che è arrivato dopo la tempesta.
La sfida più grande è stata fare i conti con la memoria del corpo e con la solitudine della scrittura. Quando sei piccolo ti senti libero, e improvvisamente ti ritrovi a lottare per la sopravvivenza. Ripercorrere la sofferenza, il cambiamento fisico e le cicatrici non è stato facile. Ma oggi, da adulto che ce l’ha fatta, sento il dovere di mostrare che si può guarire e che la vita può ricominciare
Perché se la malattia viene raccontata come una guerra, significa che chi non guarisce ha perso o ha combattuto meno degli altri? Assolutamente no. Rifiuto questa narrazione. Nel libro rivendico con forza il diritto alla fragilità, il diritto di piangere, di avere paura e di non dover per forza mostrarsi sempre forti. Accettare la propria vulnerabilità fa parte del percorso di cura.
Quando ero io in quel letto d’ospedale, avrei voluto vedere qualcuno che, anni prima, aveva vissuto la mia stessa situazione e che oggi stava bene, lavorava e realizzava i propri sogni. Voglio essere quel “guarito diventato adulto” che entra nei reparti per dire ai bambini e ai ragazzi che stanno lottando: “Guardatemi, io ero come voi, e ce l’ho fatta”. Le parole giuste possono essere una vera e propria terapia.
Alle famiglie voglio dire di non perdere mai la speranza e di accogliere ogni emozione, anche la paura. Ai bambini voglio portare un po’ di spensieratezza e la certezza che la loro sofferenza attuale non definisce il loro futuro. Voglio regalare loro le mie cinquanta parole di speranza, ma soprattutto voglio ascoltare le loro.
Gli direi di non disperare, anche quando il buio sembra totale. Gli direi che quelle 50 parole che un giorno scriverà serviranno a dare coraggio a chi lotta. La malattia ha segnato profondamente il mio percorso umano e ha cambiato il mio corpo, ma non ha mai scalfito la mia anima. Oggi sono felice di poter trasformare quel dolore in uno strumento di rinascita per gli altri.




