Evitare qualsiasi contatto con personale femminile, renderlo “invisibile”.
È la richiesta giunta alla società che gestisce la Torre Eiffel da una delegazione induista al monumento francese più famoso.
Una condizione che, secondo le ricostruzioni di Le Parisien, anziché essere respinta sarebbe stata accettata, provocando nella giornata di ieri la sospensione delle visite e un’immediata ondata di proteste.
L’episodio si inserisce in un contesto più ampio, dal momento che la delegazione era a Parigi per le celebrazioni dell’inaugurazione del nuovo tempio induista di Bussy‑Saint‑Georges, alla periferia est della capitale. Una struttura imponente, descritta come il più grande tempio induista dell’Europa continentale, consacrato nei giorni scorsi dal leader spirituale Mahan Swami Maharaj. Dopo tredici giorni di festeggiamenti e una sfilata di carri per le strade parigine, il gruppo aveva chiesto di visitare la Torre Eiffel ponendo la condizione di accedere al terzo piano senza interagire con personale femminile. Una richiesta che, pur non nuova in Europa in contesti istituzionali o religiosi, raramente ha portato alla chiusura totale di un monumento pubblico di tale rilevanza.
Quando la frittata era ormai fatta, la Sete, società che gestisce la Torre, ha ammesso l’errore attraverso una nota ufficiale nella quale ha dichiarato che la deroga “non avrebbe dovuto essere accettata” e che nessuna motivazione culturale o religiosa può giustificare eccezioni al principio di parità tra i sessi. La riapertura è arrivata questa mattina, ma la polemica resta aperta e si intreccia con un clima politico già acceso.
La Francia, infatti, è a pochi giorni da un voto che potrebbe ridisegnare gli equilibri istituzionali del Paese. In una campagna elettorale segnata da temi identitari e tensioni sulla convivenza tra culture, questo episodio ha finito con il diventare immediatamente parte del dibattito politico. La gestione della Torre Eiffel, con le sue implicazioni simboliche e amministrative, finisce così per riflettere un Paese in bilico tra apertura e reazione, tra sensibilità culturale e difesa dei valori repubblicani.
In questo contesto, questa vicenda non può essere derubricata solamente a incidente operativo: è il segnale di quanto fragile, complesso, sia l’equilibrio tra multiculturalismo e principi laici. E mentre Parigi prova a ricomporre la polemica, saranno le urne a dire quale direzione la Francia intende imboccare nel prossimo futuro.
