AfD oltre il 40% in Sassonia, Fini sorride: “Niente nazismo, è solo choc”

mercoledì, 9 Settembre 2026
1 minuto di lettura

 

Angela Merkel dice di avere il cuore spezzato, Romano Prodi vede l’Europa in pericolo, Giulio Tremonti evoca Weimar”. L’elenco che il cronista mette sul tavolo è pesante. Davanti il cronista del Fatto Quotidiano ha Gianfranco Fini. E a Fini scappa un sorriso: “Questi toni un po’ enfatici si spiegano con lo choc, nessuno si aspettava Alternativa per la Germania sopra il 40 per cento”.E invece in Sassonia è andata proprio così. AfD ha dilagato, superando per la prima volta nella storia della Germania federale la soglia del 40% in un Land. Un terremoto politico che a Berlino viene letto come l’avanzata dei filo-nazisti. Queste le parole di Gianfranco Fini colui che ha traghettato per anni la destra italiani nei palazzi del potere e che ora si limita all’analisi politica di un fatto che riguarda la Germania e in generale una tendenza europea. Definizione quella di “nazismo” che però l’ex vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri contesta nettamente: “Qui il nazismo non c’entra nulla”. Parole che pesano, dette da chi ha guidato il passaggio del neofascismo italiano nel conservatorismo europeo. Fini conosce bene quel confine sottile. E secondo lui, quello che è successo a Dresda non è una rievocazione storica, ma una frattura del presente. In Sassonia, ex Ddr, AfD non ha vinto con i simboli del passato, ma intercettando la rabbia per i salari più bassi, per l’immigrazione e per una riunificazione mai davvero compiuta. Un voto di pancia, identitario e anti-establishment, più simile a quello trumpiano che a quello del Reich. Chiamarli “nazisti” è rassicurante ma fuorviante: esorcizza il fenomeno e impedisce di capirlo.Questa l’analisi finiana in sintesi. L’AfD in Sassonia non vince con le svastiche ma con salari, immigrazione e paura del declino dell’Est. È una destra post-nazista, identitaria e sociale, che pesca nel vuoto lasciato dai partiti tradizionali. Possiamo dire in sintesi che alla luce delle parole di Ganfranco Fini rilasciate nell’intervista al Fatto Quotidiano dopo i risultati elettorali tedeschi, Berlino liquida la nuova vittoria di destra come nostalgia hitleriana, e rischia di non vedere il nuovo. E il nuovo, a differenza di Weimar, non bussa più alle porte: è già entrato.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.