Il ddl antisemitismo manda in tilt il campo largo

mercoledì, 9 Settembre 2026
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antisemitismo

Il ddl sull’antisemitismo torna oggi al centro del confronto parlamentare e, ancora una volta, rischia di trasformarsi in uno specchio delle divisioni del campo progressista. Non tanto perché combattere l’antisemitismo dovrebbe essere materia di destra o di sinistra, quanto perché il dibattito sul provvedimento si è intrecciato inevitabilmente con quello, assai più lacerante, sulla guerra a Gaza, su Israele e sul modo in cui la sinistra guarda oggi al conflitto mediorientale.

Al Senato, lo scorso marzo, il testo aveva ottenuto il via libera con una maggioranza ampia, ma il Pd si era spaccato: una parte dei senatori aveva votato a favore, mentre altri avevano scelto il no o l’astensione. Anche alla Camera si annunciano distinguo e tensioni.

È in questo clima che assume un significato particolare la lettera pubblicata oggi da Emanuele Fiano e Luciano Belli Paci, figlio di Liliana Segre. Due persone la cui storia familiare porta dentro di sé la memoria concreta della persecuzione e della Shoah. Il loro appello è a non arretrare davanti alla necessità di dotarsi di strumenti più efficaci per contrastare l’antisemitismo.

Il punto politico, però, è proprio qui: approvare una legge contro l’antisemitismo non significa scegliere una parte nel conflitto israelo-palestinese. Né dovrebbe significare mettere a tacere le critiche alle politiche del governo israeliano, che in una democrazia devono poter essere espresse, anche con durezza. La sfida è distinguere con chiarezza la critica politica dall’odio antiebraico, senza consentire che la prima diventi un alibi per il secondo, ma nemmeno che il contrasto al secondo diventi un pretesto per comprimere la prima.

Per la sinistra questa dovrebbe essere una responsabilità, non una trappola. Il rischio, altrimenti, è che l’antisemitismo venga trattato come un problema di sensibilità identitarie contrapposte, anziché come una forma di razzismo che riguarda l’intera società.

La discussione sul ddl può dunque diventare l’ennesimo capitolo di una guerra interna oppure l’occasione per riaffermare un principio semplice: si può essere radicalmente critici verso il governo Netanyahu, difendere i diritti dei palestinesi e, nello stesso tempo, essere altrettanto radicalmente intransigenti contro l’antisemitismo. Anzi, per una cultura progressista, le due cose dovrebbero stare naturalmente insieme. Una questione che il senatore del Pd Graziano Delrio, intervistato dal Riformista, liquida così: “Credo che molti di quelli che contestano la sostanza del ddl non lo abbiano effettivamente letto. Forse commentano precedenti proposte. Il testo uscito dal Senato non contiene alcuno strumento repressivo, né della libertà di espressione né della libertà accademica. Si cerca di affermare in maniera esplicita che restano ferme le libertà di critica politica, di espressione del pensiero e di riunione. Inoltre, non sono previste né sanzioni amministrative né sanzioni penali. Autorevoli accademici come Giuliano Amato e altri professori ordinari di diritto hanno più volte espresso, con autorevolezza, l’opinione che questo testo non contenga alcun pericolo per la libertà di espressione”.

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