Chi ha più da perdere protesta più forte: è la logica dietro le prime critiche pubbliche all’EU Kids Act, arrivate da CCIA Europe, l’associazione che rappresenta le principali piattaforme tecnologiche statunitensi — tra cui Google, Amazon, Apple, Meta, Samsung, Intel, Uber, eBay, X e Cloudflare — cioè proprio le aziende il cui modello di business si regge sulla raccolta di dati e sul massimo accesso possibile agli utenti, minori compresi. Secondo l’associazione, l’impianto della proposta rischia di creare più problemi di quanti intenda risolverne, sia per i minori sia per gli adulti — una lettura che, va detto, coincide non a caso con gli interessi commerciali di chi la sostiene.
Il nodo della verifica dell’età
CCIA Europe non contesta la necessità di proteggere i più giovani online, ma chiede alla Commissione di spiegare con maggiore concretezza come funzioneranno nella pratica i controlli sull’età e gli strumenti di supervisione genitoriale. Il punto critico, secondo l’associazione, è che molte delle tecnologie richiamate dalla proposta — a partire dalle app di verifica dell’età ancora in fase sperimentale — non sono mai state testate su una scala paragonabile a quella che l’EU Kids Act avrebbe in mente.
Non solo i minori: le ricadute sulla privacy di tutti
Il sistema a quattro fasce d’età immaginato dalla Commissione (under 3, 3-13, 13-15, 15-18) mette alla prova, secondo CCIA, il principio europeo della minimizzazione dei dati: gli account “supervisionati dai genitori” richiederebbero infatti alle piattaforme di verificare i legami familiari tra adulti e minori, un livello di controllo ben più invasivo di una semplice verifica sì/no.
Le conseguenze, avverte l’associazione, non riguarderebbero solo i ragazzi: se le piattaforme devono distinguere sistematicamente minori e adulti, anche questi ultimi si troverebbero costretti a dimostrare la propria età al momento dell’iscrizione, con un impatto diretto sulla possibilità di usare i servizi online in forma anonima o pseudonima.
Un puzzle normativo già affollato
CCIA Europe segnala inoltre che l’EU Kids Act arriverebbe a sovrapporsi a un pacchetto di norme europee già esistenti o in arrivo — l’AI Act, il Digital Services Act, la Direttiva sui servizi di media audiovisivi e il Digital Fairness Act — con il rischio concreto di generare obblighi contrastanti, percorsi di applicazione paralleli e incertezza giuridica per le aziende del settore.
Le parole di Friedlaender
A sintetizzare la posizione dell’associazione è Daniel Friedlaender, Senior Vice President e responsabile di CCIA Europe, che pone alla Commissione una domanda diretta: come si può garantire che queste regole non finiscano per costruire un’infrastruttura di tracciamento dell’età, collegamento delle identità o sorveglianza su larga scala? Per Friedlaender, raccogliere su vasta scala dati su età, credenziali d’identità e legami familiari tra genitori e figli rischia di trasformarsi in un bersaglio «appetibile per i criminali informatici», ed è un errore considerare questi aspetti come «semplici dettagli attuativi» da rimandare a provvedimenti successivi.
La conclusione a cui arriva CCIA Europe è netta: più complessità normativa non significa maggiore protezione. Al contrario, secondo l’associazione, le sovrapposizioni createsi tra le diverse norme rischiano di indebolire proprio le tutele che l’EU Kids Act si propone di rafforzare, rendendo più difficile — non più semplice — garantire la sicurezza dei più giovani online.



