7 ottobre, la commemorazione tra memoria e resistenza a Roma | Video

mercoledì, 7 Ottobre 2026
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Il Tempio Maggiore di Roma si è raccolto in un profondo abbraccio di memoria, dolore e orgoglio. A tre anni esatti dal pogrom del 7 ottobre 2023 in Israele, la comunità ebraica romana ha voluto stringersi in una solenne commemorazione che ha unito idealmente la tragedia contemporanea del Medio Oriente con il dramma storico dell’attentato alla Sinagoga della Capitale del 9 ottobre 1982. Due ferite profonde, tragicamente legate dalla stessa ricorrenza ebraica di Sheminì ‘Atzeret e dallo stesso odio cieco, che continuano a interrogare la coscienza civile del Paese.

7 ottobre, commemorazione con al centro il mutamento epocale e l’allarme antisemitismo

Ad aprire la riflessione spirituale e civile è stato il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che ha evidenziato come l’antisemitismo abbia ormai rotto ogni argine: “È caduto qualsiasi tabù sull’antisemitismo, che impazza ovunque”. Di Segni ha denunciato un vero e proprio “mutamento epocale” nella percezione pubblica e politica: dal riconoscimento di “custodi di memorie e garanti di credibilità” di venti o trenta anni fa, gli ebrei si ritrovano oggi, in un “rovesciamento totale di prospettiva”, additati ingiustamente nell’immaginario collettivo come carnefici e complici. Una tempesta sociale che ha incrinato legami e amicizie, ma che — ha sottolineato il Rabbino — offre anche la fine dell’uso strumentale della memoria, spingendo la comunità a ritrovare la propria autentica forza spirituale e morale.

Parole di fuoco e di estrema fermezza sono arrivate dal presidente della Comunità Ebraica di Roma, Victor Fadlun, che dal pulpito del Tempio Maggiore ha ammonito contro i tentativi di riscrittura della storia. “È intollerabile che il 7 ottobre sia stato progressivamente rimosso, relativizzato, quasi trasformato in una premessa secondaria di ciò che è venuto dopo. Prima della guerra e delle ricostruzioni contrapposte c’è stato un pogrom”, ha tuonato Fadlun, ricordando anche il piccolo Stefano Gaj Taché, vittima innocente del terrorismo nel 1982. Fadlun ha puntato il dito contro le narrazioni distorte e un clima mediatico che ha spinto gli ebrei dalla solidarietà al sospetto, ribadendo tuttavia con orgoglio che la bussola identitaria della comunità non dipenderà mai dagli sguardi altrui: “Noi non siamo solo il popolo che ha subìto. Siamo anche il popolo che non ha mai smesso di costruire. Non saranno i nostri nemici a dirci chi siamo. E non sarà l’odio a decidere che cosa diventeremo”.

Alla cerimonia ha preso parte anche l’ambasciatore d’Israele in Italia, Jonathan Peled, che ha definito l’anniversario del 7 ottobre “il giorno in cui l’anima di Israele è stata lacerata”. Peled ha insistito sulla necessità inderogabile di preservare la verità storica contro ogni tentativo di depistaggio ideologico: “Mentre onoriamo la memoria delle vittime, dobbiamo avere anche il coraggio di fare i conti con le ombre che ancora attraversano le nostre società e con quanti, per ragioni ideologiche, cercano di riscrivere o deformare la storia”. A margine dell’evento, l’ambasciatore ha inoltre lanciato un appello bipartisan al Parlamento italiano affinché il disegno di legge contro l’antisemitismo venga approvato all’unanimità, come segno di coesione e non di divisione politica.

Un monito accorato sul presente e sul futuro delle nuove generazioni è stato portato dalla presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), Livia Ottolenghi. Ricordando le vittime, le donne violate e i piccoli ostaggi strappati alle famiglie, la presidente ha denunciato l’esplosione di un antisemitismo “intellettuale, dei media e dei social” che in Italia ha quadruplicato gli episodi d’odio. “La nostra preoccupazione più grande è ora rivolta ai nostri giovani” — ha avvertito Ottolenghi — che rischiano di subire discriminazioni nelle scuole e nelle università per il solo fatto di indossare una kippà o una stella di Davide. Di qui la risposta netta e vitale: “Oggi più che mai, dobbiamo recuperare e rivendicare il nostro orgoglio di essere ebrei. Non dobbiamo fare passi indietro per paura. Vivere a testa alta, fieri della nostra storia, della nostra cultura e dei nostri valori: ce lo impone il 7 ottobre”.

Una folta cornice istituzionale e bipartisan

La solenne commemorazione ha registrato una straordinaria e nutrita partecipazione delle massime autorità istituzionali, civili, militari e religiose. Oltre ai vertici della comunità ebraica e diplomatica — con il rabbino capo Riccardo Di Segni, il presidente Victor Fadlun, la presidente Ucei Livia Ottolenghi e l’ambasciatore Jonathan Peled — erano presenti in prima fila il presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, e il coordinatore nazionale per la lotta all’antisemitismo, generale Pasquale Angelosanto, insieme al prefetto Lamberto Giannini, al questore Roberto Massucci e alla direttrice dell’AGI, Rita Lofano.

Ampia e trasversale la presenza del mondo politico, a testimonianza di un impegno condiviso contro ogni forma di intolleranza. Alla cerimonia hanno preso parte la vicepresidente della Regione Lazio Roberta Angelilli, il capogruppo dei senatori di Fratelli d’Italia Lucio Malan con il responsabile organizzazione del partito Giovanni Donzelli, e Maurizio Gasparri per Forza Italia. Nutrita anche la rappresentanza dell’opposizione e del centro, con Maria Elena Boschi e Ivan Scalfarotto (Italia Viva), i dem Piero Fassino e Graziano Delrio, e Maria Stella Gelmini (Noi Moderati).

Una serata di profondo raccoglimento che, tra il dolore indelebile per le vite spezzate e la fermezza contro ogni rigurgito d’odio, ha riaffermato con forza la centralità della giustizia, della sicurezza e dei valori democratici condivisi.

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