Le urne e il nuovo disordine mondiale: il 2026 prepara la partita europea del 2027

lunedì, 12 Ottobre 2026
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Dal Brasile agli Stati Uniti, passando per Israele e Spagna, l’autunno elettorale mette alla prova governi e alleanze. Ma sarà soprattutto l’Europa, nel 2027, a misurare la propria capacità di restare un attore strategico in un mondo sempre più frammentato.

Le elezioni non cambiano soltanto i governi. Modificano le priorità degli Stati, la credibilità degli impegni internazionali e, talvolta, la geografia delle alleanze. L’autunno del 2026 concentra appuntamenti elettorali che, pur appartenendo a contesti diversi, pongono una questione comune: quanto è ancora possibile garantire continuità strategica in un mondo nel quale il consenso politico è sempre più fragile? In gioco non c’è soltanto la contrapposizione tra destra e sinistra, ma il rapporto tra le aspettative dei cittadini e la capacità dei governi di sostenere politiche di lungo periodo. Una dinamica che riguarda direttamente l’Europa, chiamata a confrontarsi con la guerra in Ucraina, il rapporto con Washington e la competizione economica e tecnologica con Pechino.

Il primo banco di prova è il Brasile. Il primo turno delle presidenziali ha confermato la polarizzazione politica del Paese, con Flávio Bolsonaro davanti a Luiz Inácio Lula da Silva in vista del ballottaggio. La posta in gioco supera i confini nazionali: il Brasile è una delle principali economie emergenti, un protagonista dei BRICS e un interlocutore importante nei negoziati climatici e commerciali.

Un eventuale cambio di presidenza potrebbe modificare i rapporti con Washington, Pechino e le capitali europee. Sarebbe tuttavia riduttivo leggere la competizione come una scelta automatica tra Stati Uniti e Cina. Gli interessi economici brasiliani, il peso del mercato cinese e il ruolo del Paese nei BRICS continueranno a condizionare qualsiasi governo. La questione è se Brasilia manterrà una politica estera autonoma oppure ridefinirà le proprie priorità strategiche.

A novembre l’attenzione si sposterà sugli Stati Uniti, dove le elezioni di metà mandato rinnoveranno la Camera dei rappresentanti e parte del Senato. Il voto non determinerà la permanenza di Donald Trump alla Casa Bianca, ma potrà incidere sulla sua capacità di governare e finanziare le proprie priorità.

Per gli alleati europei, la posta in gioco riguarda la prevedibilità della politica americana. NATO, sostegno all’Ucraina e relazioni con la Cina richiedono impegni che superano i tempi di una campagna elettorale. Eventuali cambiamenti nei rapporti tra Casa Bianca e Congresso potrebbero influenzare le scelte internazionali di Washington, rendendo ancora più urgente il rafforzamento delle capacità militari e industriali europee.

Il voto israeliano si svolge in un contesto segnato dalle questioni della sicurezza nazionale e dal futuro dei rapporti con i palestinesi. Le scelte del prossimo governo avranno conseguenze sui rapporti con gli Stati Uniti, sulla diplomazia mediorientale e sulle relazioni con i Paesi arabi. Per l’Europa, il dossier rappresenta anche una prova di coesione: le divergenze sulla gestione della crisi mediorientale mostrano quanto sia difficile mantenere una posizione comune quando si intrecciano interessi strategici, diritto internazionale e pressioni dell’opinione pubblica. I sondaggi fanno capire che si va verso una consultazione dal risultato molto aperto. Secondo un sondaggio diffuso l’8 ottobre dal Times of Israel, il fronte anti-Netanyahu otterrebbe complessivamente 55 seggi, contro i 51 attribuiti al suo schieramento. Ai partiti arabi andrebbero 14 deputati. Una rilevazione pubblicata da i24NEWS assegna invece 60 seggi al blocco di Netanyahu, 48 alle formazioni ebraiche di opposizione e 12 ai partiti arabi.

La Spagna offre invece un esempio di come le tensioni interne possano riflettersi sugli equilibri europei. La crisi abitativa e lo scontro sulle proposte del governo di Pedro Sánchez hanno portato il costo della casa al centro della competizione politica. Il caso spagnolo evidenzia una contraddizione diffusa nelle democrazie occidentali: la crescita economica non coincide necessariamente con un miglioramento percepito delle condizioni di vita. Affitti elevati e difficoltà di accesso alla proprietà possono alimentare il malcontento e modificare i rapporti di forza tra progressisti, conservatori e destre nazionaliste. Qui in base ai sondaggi il Partito Popolare e Vox raccoglierebbero insieme il 50,8% dei consensi, contro il 35,7% del blocco progressista.

Brasile, Stati Uniti, Israele e Spagna non sono casi sovrapponibili, ma condividono una tensione fondamentale: la difficoltà di conciliare le esigenze interne con gli impegni internazionali. I governi devono rispondere a elettori preoccupati per il costo della vita, la sicurezza, il lavoro e i servizi pubblici. Contemporaneamente, sono chiamati a gestire guerre, competizione commerciale e rapporti tra grandi potenze. Gli impegni internazionali richiedono spesso investimenti di lungo periodo, mentre il consenso elettorale si misura nel breve.

La continuità strategica, dunque, non può più essere considerata scontata: dipende anche dalla capacità delle leadership di ottenere un consenso interno sufficiente a sostenere le proprie scelte.

Se il 2026 mette alla prova diverse leadership internazionali, il 2027 potrebbe portare queste tensioni al centro dell’Unione europea. La Francia sarà chiamata a eleggere il presidente della Repubblica, in una consultazione decisiva per il ruolo di Parigi nella difesa europea, nei rapporti con Washington e nella gestione della guerra in Ucraina. In Italia, le elezioni politiche sono attese alla scadenza ordinaria della legislatura, salvo scioglimenti anticipati. Marine Le Pen e il Rassemblement National appaiono saldamente in vantaggio in tutti i sondaggi. Anche la Polonia tornerà alle urne per il rinnovo parlamentare, con implicazioni importanti per la sicurezza sul fianco orientale della NATO e per il sostegno a Kiev. La Germania avrà invece un appuntamento istituzionale diverso: l’elezione del presidente federale da parte dell’Assemblea federale, non attraverso un voto popolare diretto.

Il ciclo elettorale tra il 2026 e il 2027 non permette di prevedere un esito univoco. Offre però una chiave di lettura del nuovo disordine mondiale: la competizione non riguarda soltanto la forza economica o militare degli Stati, ma anche la capacità delle loro istituzioni di trasformare il consenso interno in una strategia internazionale coerente. E se il 2026 potrebbe rendere più visibili le fragilità dell’ordine internazionale; il 2027 metterà alla prova soprattutto l’Europa.

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