Le sottolineature su Tiro al piccione, romanzo di Giose Rimanelli trovato nello studio dell’ex sindaco, alimentano nuove domande sulla vicenda di Pietracatella.
Resta da chiarire se esista un legame con il duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita: e se Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara non fossero state le vittime designate? È uno degli interrogativi che si affacciano nell’inchiesta sulla morte delle due donne, avvelenate con la ricina a Pietracatella, in provincia di Campobasso, nei giorni successivi al Natale 2025.
Tra le ipotesi ancora al vaglio c’è quella che il vero obiettivo potesse essere Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, mentre le due donne sarebbero rimaste coinvolte senza essere il bersaglio originario.Al momento non sussistono elementi pubblici che confermino questa ricostruzione. La Procura di Larino, che indaga per duplice omicidio premeditato contro ignoti, continua a lavorare per ricostruire come il veleno sia entrato nell’abitazione e chi possa averlo somministrato. Gli investigatori stanno esaminando reperti, dispositivi elettronici e testimonianze raccolte nel corso di oltre 200 audizioni.
A riaccendere l’attenzione è stato il ritrovamento di una copia di Tiro al piccione, il romanzo autobiografico dello scrittore molisano Giose Rimanelli, sequestrata dagli investigatori nello studio professionale di Di Vita. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, alcune pagine presentavano sottolineature a matita dedicate alle vicende sentimentali di un uomo diviso tra due donne.
Un dettaglio che ha suscitato interrogativi, anche perché il libro era stato presentato nel novembre 2025 al liceo Silvio Di Lalla di Casacalenda, paese natale dell’autore. Interpellato dal Tg1, Di Vita avrebbe spiegato che il volume gli era stato prestato, senza indicare pubblicamente da chi.
Le analogie tra la vicenda narrata nel romanzo e la vita privata dell’ex sindaco restano, però, suggestioni da verificare: il contenuto del libro, da solo, non dimostra alcun collegamento con gli avvelenamenti. Il legale di Di Vita, Vittorino Facciolla, ha ribadito che il suo assistito è parte lesa, al pari della figlia maggiore Alice.
Parallelamente, gli investigatori stanno approfondendo eventuali ricerche online sulla ricina e i possibili collegamenti con persone vicine alla famiglia. Gli accertamenti riguardano anche computer utilizzati in alcuni istituti scolastici del Molise, mentre gli specialisti del Robert Koch Institute in Germania sono impegnati nelle analisi dei reperti raccolti nell’abitazione.Le indiscrezioni su un presunto indirizzo IP individuato negli Stati Uniti, dal quale sarebbe partita una ricerca sulle modalità di preparazione della ricina, sono state invece smentite dalla procuratrice Elvira Antonelli. Non è dunque possibile considerare accertata l’identificazione di un computer utilizzato per cercare informazioni sul veleno. L’inchiesta resta aperta e, al momento, non risultano persone iscritte nel registro degli indagati per il duplice omicidio.



