Due nomi: Kaley e Najmeh Amini. Due giovani donne, due Paesi, due storie che mostrano quanto i social network possano incidere sulla vita delle persone, in modi radicalmente diversi. In Iran, la ventitreenne Najmeh Amini è stata condannata a morte per presunta “blasfemia” e reati d’opinione legati alla sua attività online. La sua vicenda riporta al centro il tema della libertà di espressione e della repressione esercitata dal regime.
Basta spostare lo sguardo di qualche migliaio di chilometri da questo drammatico scenario per ribaltare completamente la prospettiva.
Negli Stati Uniti, nel marzo 2026, Kaley, una giovane californiana, ha ottenuto una sentenza favorevole contro Meta e Google, ritenute responsabili dei danni legati alla progettazione delle loro piattaforme, che avrebbero contribuito alla sua dipendenza dai social e alla sofferenza psicologica.
Due storie apparentemente lontane, unite da uno stesso schermo ed un paradosso: se in Occidente la rete è trattata come un prodotto “difettoso” da cui tutelarsi, nei contesti autoritari lo smartphone diventa una finestra sulla libertà, oltre che l’ultimo strumento di resistenza e sopravvivenza democratica. Due contesti diversi e una domanda: chi è davvero libero nell’era degli algoritmi?
di Ludovica Agnese de Sena Plunkett
