Il dolore più inimmaginabile che si fa strumento per scuotere le coscienze di un intero Paese. Non c’è spazio per il nome o il volto dell’assassino in “Se domani non torno”, la pellicola di Paola Randi presentata oggi alla Festa del Cinema di Roma (in collaborazione con Alice nella città) e ispirata al libro Cara Giulia. Al centro dell’inquadratura ci sono solo la vita di una giovane donna e la forza straordinaria di un padre, di una sorella e di un fratello che hanno scelto di non arrendersi al buio, decidendo di trasformare il vuoto più feroce in una battaglia civile.
Una decisione appoggiata in pieno da Gino Cecchettin, che ha spiegato alla platea il difficile percorso emotivo dietro la realizzazione del film: “È stata una scelta molto difficile. Però già con il libro avevo visto che raccontare una storia ti ritorna tanto”. A dargli la spinta decisiva, l’incontro casuale con una ragazza in aereo che lo ha ringraziato, confessandogli di essere rimasta in vita proprio grazie alla storia di Giulia. “Significa che raccontare le storie in qualche modo significa raccontare un dolore, ma significa che qualcuno può vedere in quel dolore un percorso di salvezza”, ha sottolineato Cecchettin, ribadendo la missione della sua Fondazione. L’auspicio finale per l’opera cinematografica è rivolto soprattutto ai ragazzi: “Noi vorremmo che, oltre a conoscere la storia della nostra famiglia, conoscessero anche un po’ di se stessi e magari iniziare a diventare un po’ come noi, quegli agenti di cambiamento che questa società ha tanto bisogno”.
Se domani non torno, il racconto del cast
Per la regista Paola Randi, la chiave di volta del film risiede proprio nella narrazione di quel vuoto improvviso e dirompente. “Siamo sottoposti a una tale quantità di cose che viene naturale difendersi, rischiando di diventare anestetizzati, di chiudere i rubinetti dell’empatia”, ha spiegato in conferenza stampa. “Raccontando un’assenza e le reali conseguenze emotive di questo grande vuoto in cui tutti ci possiamo riconoscere, penso che si riesca a riinnescare l’empatia che porta inevitabilmente a una responsabilità condivisa”.
A dare il volto a Gino Cecchettin è Filippo Timi, che ha descritto il lavoro sul set come un delicato processo in cui “tutte le maestranze hanno messo da parte il proprio ego”. Per l’attore, interpretare un padre che affronta l’imperdonabile è stato un privilegio: “Ha reagito con valore, con dolcezza, non copia nessun modello di violento che abbiamo in giro. Che meraviglia poter interpretare un uomo così”. Timi ha poi rimarcato il ruolo dell’opera visiva rispetto al flusso mediatico: “L’arte dà qualcosa di diverso rispetto alla cronaca. Dimostra l’urgenza che il momento è adesso”.
Altrettanto profondo il lavoro dei giovani interpreti scelti per incarnare i figli della famiglia Cecchettin. Sabrina Martina, chiamata al difficile compito di interpretare Giulia, ha voluto restituirne la multidimensionalità: “Non può essere una rappresentazione chiusa nelle ultime due ore della sua vita. Il nostro obiettivo era quello di rappresentare Giulia partendo dal presupposto che era una persona… un lavoro molto delicato, di cura e di rispetto”.
Tecla Bossi dà il volto a Elena, una figura centrale per il risveglio delle coscienze nel Paese: “Elena non ha mai urlato, ha avuto una grandissima capacità di gestione di quello che doveva dire, facendolo in modo lucido e puntuale. Per me è stato un grande motivo di gratitudine poter dire qualcosa che pensavo, penso e sento anche io”. Tommaso Allione, interprete di Davide, ha invece costruito il suo ruolo partendo da un legame reale: “Gli ho scritto su Instagram, ci siamo visti e da lì è nata un’amicizia bella. Il mio tentativo è stato cercare di capire lui e provare a ritrarlo”.
Durante l’incontro è emersa con forza l’urgenza di sradicare la violenza di genere alla radice. È stata la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan a inquadrare la questione: “Forse noi dovremmo anche smetterla di chiamare femminicidi casi di cronaca. Perché non sono casi. Sono conseguenze di un sistema che non funziona”. Da qui il suo appello diretto alle istituzioni: “L’unica forma che abbiamo per attivarci sulle conseguenze è curare le cause con l’educazione. Non credo sia possibile dirsi contrari ai femminicidi senza pensare di dover investire di più nell’educazione sesso-affettiva”.



