La scadenza è arrivata, ma l’ex Ilva di Taranto non ha spento l’area a caldo. Alla mezzanotte è terminato il termine di 90 giorni fissato dalla Corte d’Appello di Milano con il decreto del 27 luglio, che imponeva all’azienda di intervenire sull’amianto presente negli altiforni e di ridurre le emissioni di polveri sottili. Gli impianti, tuttavia, sono rimasti in funzione nella condizione di preriscaldo, grazie alla proroga stabilita dal Governo fino al 15 dicembre.
Il provvedimento dei giudici milanesi era stato contestato da Ilva e Acciaierie d’Italia, che avevano evidenziato l’impossibilità di completare gli interventi richiesti entro tre mesi e l’assenza di obiettivi precisi sulle emissioni da raggiungere. La Corte d’Appello, nelle udienze del 9 e del 30 settembre, aveva però respinto le richieste di sospensione presentate dalle società.
La prosecuzione del preriscaldo comporta costi significativi. In assenza di produzione, gli impianti vengono alimentati con gas acquistato dall’esterno, per una spesa che ammonta a diversi milioni di euro al mese. Un ulteriore peso per Acciaierie d’Italia, che ha chiuso il primo semestre con perdite per 551,5 milioni di euro. A giugno, i debiti verso i fornitori avevano raggiunto 1,749 miliardi, mentre l’indebitamento complessivo era arrivato a 8,48 miliardi.
A pesare sul futuro dello stabilimento è soprattutto la decisione attesa dalla Corte di Cassazione. Il 20 ottobre le Sezioni Unite civili hanno esaminato il ricorso delle società, che chiedono l’annullamento del decreto, mentre i cittadini di Taranto costituitisi in giudizio ne sostengono la conferma. La Procura generale ha ribadito le proprie riserve, osservando che la Corte d’Appello non avrebbe fondato l’ordine di sospensione su un accertamento concreto del pericolo per la salute. La verifica di tale rischio, secondo la Procura, dovrà essere effettuata dal giudice del rinvio.
La pronuncia della Cassazione potrebbe incidere direttamente sulla continuità del preriscaldo, che, pur avendo come termine massimo il 15 dicembre, potrebbe concludersi anche prima. Per questo motivo, sia il Governo sia i potenziali acquirenti attendono indicazioni dalla Suprema Corte.
Intanto, l’agenda dell’ex Ilva prevede due appuntamenti decisivi. Il 27 ottobre il Governo incontrerà nuovamente i sindacati a Palazzo Chigi, mentre entro l’8 novembre dovranno essere presentate le offerte vincolanti per l’acquisizione dell’azienda. In corsa restano il gruppo indiano Jindal e gli acciaieri italiani guidati da Federacciai.
La decisione della Cassazione sarà determinante anche per le offerte: i potenziali compratori devono infatti valutare il futuro dell’area a caldo e le condizioni alle quali sarà possibile proseguire l’attività. Sul tavolo restano così la tutela della salute, la continuità industriale e il destino occupazionale di uno dei principali poli siderurgici italiani.
