Alla vigilia del voto per il rinnovo della Knesset, i centoventi seggi del parlamento non rappresentano soltanto una posta in gioco elettorale, ma la fotografia di un Paese chiamato a fare i conti con le proprie fratture più profonde. La nuova consultazione si apre in una cornice complessa, dove l’eco dei conflitti e delle decisioni di difesa si intreccia alle ansie quotidiane dei cittadini, divisi tra l’aumento del costo della vita, la ricerca di stabilità e il nodo di un’identità collettiva sempre più dibattuta.
In questo scenario, la figura di Benjamin Netanyahu continua a dominare la scena politica come un vero e proprio spartiacque. Guida del partito di destra Likud e perno dell’esecutivo uscente, il premier si presenta alle urne cercando di confermare la tenuta della sua coalizione. Un’intesa che unisce l’ala della destra nazionalista – rappresentata da Otzma Yehudit sotto la guida di Itamar Ben-Gvir e dal Partito Sionista Religioso di Bezalel Smotrich – al sostegno fondamentale dei partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito della Torah.
Il cammino di questa alleanza non è stato privo di scossoni. Le tensioni interne si sono riaccese a più riprese, in particolare attorno all’annoso tema dell’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle scuole rabbiniche haredim e all’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente sui fatti del 7 ottobre. Questo confronto ha scavato un solco profondo tra la sensibilità laica e le rivendicazioni delle comunità religiose, trasformandosi in una delle questioni socio-politiche più calde della campagna.
Dall’altra parte della barricata, l’opposizione si presenta mossa dalla volontà di spezzare il lungo ciclo politico di Netanyahu. A guidare il blocco avversario c’è l’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, leader della formazione centrista Yashar (“onesto” in ebraico). Uomo dal profilo schivo ma autorevole, colpito da gravi lutti familiari durante le operazioni a Gaza, Eisenkot è emerso nei sondaggi come la figura di riferimento del fronte anti-premier, promettendo discontinuità e rigore istituzionale.
Nel medesimo campo si muovono l’alleanza Beyachad, nata dall’unione tra gli ex primi ministri Naftali Bennett e Yair Lapid per ricucire il dialogo col centro politico, e Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman, da sempre voce intransigente della destra laica. Più a sinistra, l’ex generale Yair Golan guida i Democratici, nati dalla fusione tra Laburisti e Meretz, difendendo le ragioni dello Stato di diritto e mostrando un’apertura al coinvolgimento delle forze arabo-israeliane, rappresentate storicamente da liste come Ra’am e la Lista Congiunta.
Tuttavia, sconfiggere Netanyahu alle urne e comporre una maggioranza parlamentare restano due traguardi ben distinti. Senza un premio di maggioranza e di fronte alla frammentazione dei voti tra oltre trenta sigle, il sistema proporzionale rischia di consegnare al Paese l’ennesimo stallo. La vera incognita dell’urna non risiede solo nei numeri dei singoli partiti, ma nella capacità dei vari schieramenti di superare i veti incrociati e costruire, all’indomani dello spoglio, un governo in grado di guidare Israele oltre le sue emergenze.



