Israele al bivio, elezioni-referendum su Netanyahu tra sicurezza e desiderio di normalità
Ci sono elezioni in cui si sceglie un governo e altre in cui si è chiamati a esprimere un giudizio su un’intera stagione politica. In Israele, il voto di oggi assume entrambi i significati. Benjamin Netanyahu affronta una prova decisiva per la propria permanenza al potere, mentre gli elettori si interrogano sulla gestione della sicurezza nazionale, sulle responsabilità del 7 ottobre 2023 e sul futuro di un Paese che da tre anni vive in un contesto di conflitto e instabilità.
Non si tratta di un referendum formale, ma il significato politico della consultazione è chiaro: confermare la fiducia al premier oppure aprire una nuova fase. Sullo sfondo, una società attraversata da una domanda sempre più difficile: come garantire la sicurezza di Israele senza trasformare la guerra in una condizione permanente?
L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, costato la vita a circa 1.200 persone in Israele e seguito dalla presa di ostaggi, ha segnato una frattura profonda. Per molti cittadini, il massacro ha messo in discussione la promessa fondamentale dello Stato: proteggere la popolazione dalle minacce esterne.
Da allora, una parte dell’opposizione chiede che Netanyahu risponda delle falle nella sicurezza che precedettero l’attacco e accetti una commissione d’inchiesta statale indipendente. Il premier, invece, rivendica la propria esperienza nella gestione delle minacce regionali e la necessità di mantenere una leadership forte in una fase ancora instabile.
La contrapposizione non si esaurisce nella scelta tra guerra e pace. Anche chi chiede un cambiamento politico può sostenere una linea militare rigorosa nei confronti di Hamas, Hezbollah e Iran. La questione è piuttosto se l’attuale strategia sia sufficiente a garantire una sicurezza duratura e se sia possibile ricostruire la fiducia nelle istituzioni dopo il trauma del 7 ottobre.
Per i sostenitori di Netanyahu, l’esperienza del premier e la sua determinazione costituiscono garanzie importanti in un Medio Oriente segnato da minacce persistenti. Le operazioni militari e la capacità di deterrenza restano, in questa prospettiva, strumenti indispensabili per impedire nuovi attacchi.
Ma la guerra prolungata ha un costo che va oltre il fronte militare. Riguarda le famiglie dei riservisti, le comunità evacuate, le attività economiche e i giovani cresciuti in un clima di allarme. La mobilitazione continua condiziona la vita quotidiana e rende più difficile progettare il futuro.
È qui che emerge una delle tensioni centrali del voto. Gli israeliani non devono necessariamente scegliere tra sicurezza e normalità: chiedono, con sensibilità differenti, di capire come renderle compatibili. La sicurezza dovrebbe consentire di vivere, lavorare e costruire prospettive, non diventare l’unico orizzonte della vita nazionale.
La società israeliana è attraversata anche da altre fratture: il rapporto tra laici e religiosi, le esenzioni dal servizio militare per molti ultraortodossi, il ruolo della magistratura e il peso dei partiti nazionalisti e religiosi.
Il servizio militare è diventato un simbolo di queste tensioni. In un Paese nel quale la sicurezza richiede sacrifici considerevoli, la questione di chi debba prestare servizio e sostenere il peso della mobilitazione riguarda direttamente l’equità e la coesione nazionale.
Anche il fronte contrario a Netanyahu, peraltro, non costituisce un blocco omogeneo. Il confronto con Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore, mostra come la richiesta di discontinuità possa provenire anche da ambienti legati all’establishment della sicurezza. Cambiare premier non significa necessariamente abbandonare una linea dura verso le minacce esterne. La posta in gioco riguarda quindi anche il modo in cui vengono distribuite le responsabilità, la capacità delle istituzioni di rendere conto delle proprie decisioni e la possibilità di ricomporre una società sempre più provata.
Il risultato elettorale non determinerà automaticamente una svolta nella politica israeliana. Il sistema proporzionale rende decisivi gli accordi tra partiti: per governare occorre costruire una maggioranza di almeno 61 seggi sui 120 della Knesset. La capacità di formare una coalizione sarà quindi importante quanto il risultato delle singole forze politiche. Netanyahu può contare su una base elettorale consolidata e su alleati che condividono la sua visione nazionalista e religiosa. I suoi avversari devono invece dimostrare di poter trasformare il malcontento in una maggioranza alternativa, superando differenze che riguardano questioni centrali per il Paese.

