Presentato alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma, Alla tua partenza sarà notte è un documentario coraggioso che mi ha colpito molto. Nicolò Ribolla entra in una comunità di recupero per restare accanto allo zio Matteo e firma un film che non si dimentica. Ne ho parlato con lui.
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Ciao Nicolò, quando hai capito che il rapporto con tuo zio poteva diventare un film, e cosa è cambiato passando da nipote a regista?
«Quando avevo sedici anni ho smesso per un certo periodo di andare a scuola e mio padre mi ha regalato una piccola handycam. Una delle prime persone che ho filmato è stato Matteo quando ancora viveva nella sua casa. Per il resto la usavo per filmarmi mentre guardavo fisso nell’obbiettivo. Non so come mai. Ho intere ore di girato così, che ogni tanto mi riguardo. Alcuni di quei momenti sono presenti nel film. Ho sempre voluto girare un documentario su di lui, ma avevo paura della reazione di mia madre. C’è sempre una particolare e affascinante gelosia nei confronti della memoria, che si scontra invece con la naturale necessità di donarla agli altri. Infatti la storia di quella parte della mia famiglia è sempre stata al centro di quasi tutte le discussioni a casa mia. È un’eredità che alla fine ha preso forma in questo film, che è arrivato quando sia io sia Matteo ne avevamo probabilmente più bisogno.
Passare dal ruolo di nipote a quello di regista è stata sicuramente la cosa più dolorosa nel processo che ha portato alla luce il documentario. Ci vuole una certa distanza per raccontare una storia».

Per girare sei entrato a vivere in comunità durante l’ultimo mese del percorso di Matteo: come hai ottenuto il consenso della struttura e degli altri ospiti, e come hai tutelato chi non voleva essere ripreso?
«Ho avuto la fortuna che il direttore della comunità fosse una persona coraggiosa. Penso che abbia dovuto difendermi diverse volte per permettermi di stare lì. È avvenuto tutto molto frettolosamente e tante cose burocratiche le abbiamo risolte solo successivamente. Mi sono trovato da un giorno all’altro a vivere con queste persone che per i loro giusti motivi non avevano nessuna voglia di avere a che fare con me. Le ho semplicemente rispettate, tenendo sempre a mente che l’intruso ero io e non avevo nessun diritto di forzarli a fare qualcosa. Ne sono nate tante situazioni difficili da gestire ma era tutto prevedibile fin dall’inizio. Alla fine con tanti di loro ho finito per sviluppare un rapporto di profondo affetto e fiducia. Erano belle le notti in cui me ne restavo in silenzio ad ascoltare i racconti delle loro vite e tutti i loro complotti. Si crea un mondo a sé stante nelle comunità. Penso che spesso finissero per parlare più con me che con i loro psicologi. E anche questo mi ha creato qualche problema lì dentro. In ogni caso, purtroppo, viene restituito un immaginario di questi luoghi totalmente inadeguato. Forse è a causa di certi film americani se le persone si immaginano le comunità come luoghi luminosi e puliti in cui potersi riprendere da tutto quello che ti è successo. Magari pure con la piscina e persone gentili pronte a collaborare. La realtà è che sono luoghi, almeno in Italia o almeno quelli che ho visitato io, davvero desolanti in cui ti viene male anche solo a metterci piede. Io ho affrontato quel periodo con la consapevolezza che ero lì per fare qualcosa di bello, che mi era stata data la possibilità di fare un progetto con mio zio Matteo. Non posso immaginare però cosa significhi entrare in questi luoghi per persone che si portano dietro quel carico di solitudine e dolore e sapere di doverci rimanere per due, tre anni. Mi è rimasta impressa, più di tutte, una delle ultime psichiatrie in cui è stato Matteo: avevano chiuso, penso per dei lavori, metà dell’ala che la ospitava. Avevano quindi ammassato tutti i letti in uno spazio molto ristretto, dividendoli con dei teli bianchi e sporchi. Questo non permetteva di fare distinzione o separare anche solo un minimo chi era lì semplicemente per essere monitorato nella prima fase di disintossicazione e chi invece aveva dei gravi problemi psichiatrici. Ammetto che quella volta mi sono sentito spaventato anche solo a rimanerci per una mezz’ora. Ti fa male da parente lasciare lì una persona a cui vuoi bene. Ti senti in colpa ma non ti vengono offerte tante altre alternative».
Hai filmato tuo zio in momenti di grande fragilità: c’è stato un limite oltre il quale hai deciso di non spingerti? Come viveva Matteo la presenza della macchina da presa?
«Non avrei potuto immaginare tante cose che sono successe in quel periodo. Io e Matteo avevamo fatto un patto e siamo andati fino a fondo nel fare quello che ci eravamo ripromessi. La nostra era una missione e l’abbiamo portata a termine assieme. Però, come dicevo prima, filmare una persona che ami così tanto mentre soffre in quelle condizioni non è facile. Penso che al centro del film ci siano le implicazioni morali ed emotive che un rapporto del genere crea. Mi ha fatto stare male questa cosa e ne parlavo proprio con un caro amico qualche settimana fa, che mi ha ricordato una cosa preziosa: cioè che bisogna farsi abbastanza spaziosi da contenere dentro di sé l’amore e assieme quella distanza che ti permette di dare una forma all’amore. Certo che esistono dei limiti a ciò che si filma e poi si decide di mostrare, ma sono strettamente relativi alle persone coinvolte. Non sono mai universali. Chi ha visto il film fino alla fine conosce quali erano i miei e di Matteo».
Nel film sei regista, narratore e protagonista insieme: perché questa scelta, e cosa ti ha permesso di dire che altrimenti sarebbe rimasto fuori?
«Negli ultimi anni penso che fossi diventato quello che oggi forse si potrebbe chiamare un analfabeta emotivo. Avevo smesso di parlare e penso che questo abbia ferito alcune persone che mi volevano bene. A volte ci si chiude fino a rendersi totalmente incomprensibili a chi vuole aiutarci. Usare la mia voce in questo film è stato estremamente liberatorio. È stato come far ripartire un motore che si era spento. Per quanto riguarda il mio ruolo nel documentario semplicemente la mia vita e quella di Matteo erano legate da fili invisibili che andavano ben oltre al rapporto famigliare. Non avrei mai potuto raccontarlo senza raccontare me, e lui non avrebbe mai accettato di raccontarsi se non direttamente ed esplicitamente a me. Il nostro rapporto era così. Le tematiche che vengono fuori nel film sono solo la diretta conseguenza del mio desiderio di raccontare quello che mi legava a Matteo».
La libertà come qualcosa di crudele e fastidioso, il non provare più niente per nessuno, nemmeno per lui: sono parole dure. Com’è stato pronunciarle davanti alla camera, e tenerle nel montaggio?
«Non saprei. In realtà non mi ha fatto un particolare effetto. Tutto quello che dico nel film è semplicemente ciò che provo e ciò con cui cerco di confrontarmi quotidianamente. Mi metterebbe più a disagio esprimere cose che non mi appartengono, anche se più comode».
Ti sei sempre sentito simile a tuo zio, «forse anche troppo». Cosa hai scoperto di te facendo il film, è stato anche un modo per elaborare ciò che è accaduto?
«Non so di preciso cosa ci rendesse così simili, o cosa mi ci facesse sentire tale. Forse una certa insicurezza e paura di stare al mondo che ti induce in certi comportamenti. Però, come tutte le persone grandi, è stato capace di trasferirmi anche i mezzi per fare i conti con quella paura. Mi sto accorgendo con il passare del tempo che la sua eredità è stata più luminosa di quanto avrei potuto immaginare. Le parabole come la sua vanno ben oltre le apparenze e non ha mai avuto bisogno delle parole per insegnarmi qualcosa.
Ho dovuto affrontare una serie di cose nel fare questo film e sto provando ad imparare ad essere meno morboso nei confronti di quello che alla fine è un mezzo. A dare in un certo senso significato e valore al fatto che la vita che ti attraversa mentre fai un film sia decisamente più preziosa del film stesso. Non penso che si venga al mondo per fare film, sarebbe strano e forse un po’ ridicolo. Il film rimane lì, come il bozzolo di qualcosa che è volato via. Domani mi sveglierò e sicuramente la penserò diversamente. È sempre così e forse per fortuna. Queste specie di pseudo consapevolezze mi mettono a disagio la mattina quando poi mi sveglio, però ogni tanto cerco di ricordarmele comunque».
«Come si fa a stare al mondo senza farsi del male?» È la domanda che attraversa tutto il film. Dopo averlo fatto, hai una risposta, e cosa speri che porti a casa chi vive una situazione simile?
«No, non ho una risposta. Anzi, spesso mi sento ancora più confuso di prima. Penso che si inizi sempre un film pensando di cambiare la propria vita. Che una volta terminato ci apparirà tutto più chiaro. Poi lo finisci e ti rendi conto che, ovviamente, le cose più profonde e radicate in te sono ancora lì ad aspettarti. Però sono convinto che sia l’unico sentimento per poter fare un film. Io la vivo come una questione di vita o di morte ed è quello che mi consente di portarlo a termine. Ho lasciato diverse cose a metà nella mia vita. Mi divincolo spesso dagli impegni senza un apparente motivo o forse semplicemente perché sento che quella cosa non mi appartiene. Ma ho come la sensazione nello stomaco che se lo facessi con un mio film non me lo perdonerei mai.
Per quanto riguarda cosa si possa portare a casa uno spettatore non saprei proprio darti una risposta. Non lo so se le persone che lo guardano ci si rivedano, se le cose che accadono risuonino dentro di loro. C’è un motivo però se nel film vengono poste tutte quelle domande e non viene mai data nessuna risposta».
La rasatura e la scena della Bibbia aperta a caso sembrano nate da un’intimità impossibile da programmare: erano pensate o sono accadute mentre giravate?
«La barba gliela facevo perché gli tremavano le mani e rischiava di farsi del male. Poi sai, una delle difficoltà di girare un documentario in una comunità è che, nonostante forse si pensi il contrario, in realtà non succede praticamente mai nulla. È nella logica di questi posti che il tempo sia sospeso. Mi è quindi sembrata una bella occasione filmare quel momento diverse volte e vedere cosa succedeva. Matteo, tra le altre cose, aveva un’innata naturalezza nel stare davanti alla camera. Bastava inquadrarlo e poteva succedere di tutto.
Per quanto riguarda il Vangelo aperto a caso è successo veramente. Nelle settimane precedenti all’inizio delle riprese avevo iniziato ad andare più spesso a trovare Matteo in comunità. Mi fermavo lì a mangiare con lui e gli altri utenti. Un giorno, dopo pranzo, eravamo a riposare sul suo letto e lui mi ha passato il Vangelo che teneva sul comodino. (Quel Vangelo ne ha viste tante e ce lo siamo passati per quasi un decennio. Me lo affidava ogni volta come un rituale e io glielo riportavo puntualmente quando entrava in qualche comunità o psichiatria.) Mi ha chiesto di aprirlo a caso e sembrava davvero sapere dove ero capitato. Sono andato dal direttore della comunità e gli ho chiesto se potevo girare un film lì dentro. Mi ha detto: “Vuoi venire martedì prossimo?” Mi ha mostrato un letto che era libero nel retro del suo ufficio al centro della comunità. Ho fatto i borsoni e sono andato lì a vivere».

Cosa ti ha lasciato Matteo che porterai sempre con te?
«Sai, c’è chi dopo la prima del film è venuto da me, immagino pure con le migliori intenzioni, esordendo con un indelicato: “Così da avere chiara quale strada non seguire.” La verità è che abbiamo il terrore del dolore e ci sono alcune persone, come lo è stato Matteo, che se ne fanno immagine. Lo portano sul volto e la parabola della loro vita ce lo schiaffa sul viso. Ma non sono queste le persone fallite. Per me il fallimento è quando la paura di morire, che muove a nostra insaputa ogni nostro gesto, ci porta a schiacciare ciò che ci circonda.
Viviamo in un mondo in cui ti premiano se mostri i denti e non ti fai scrupoli a metterlo nel culo di chi ti sta accanto. Matteo ha attraversato, davanti ai miei occhi, numerosi inferni e nonostante tutto ha sempre avuto la grandezza di non perdere mai la sua generosità e la sua delicatezza nei confronti degli altri.
Se c’è quindi una cosa che mi ha lasciato e mi porterò sempre dentro è la fede che dietro a tutto quel dolore risieda integra e viva una smisurata tenerezza ed è nostro compito provare a difenderla. Non posso sapere quale piega prenderà la mia vita, ma il giorno che mi lascerò definitivamente sopraffare da quei sentimenti allora non avrò paura a reputarmi un fallito. È quella la missione più importante e anche, ovviamente, la più difficile».
Vittorio Zenardi
