Natalità e fondi. La svolta per il ceto medio nella Manovra

venerdì, 30 Ottobre 2026
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Il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno della nuova Legge di Bilancio 2027, un pacchetto economico dal valore complessivo di circa 26 miliardi di euro finanziato in gran parte in deficit e mirato al sostegno dei redditi medio-bassi e alla natalità. Tra le novità principali spiccano l’estensione dell’aliquota IRPEF del 33% fino a 55.000 euro e l’introduzione di un bonus previdenziale da 100 euro all’anno per i nuovi nati.

Proprio partendo da queste cifre, si nota come ci sia uno spettro storico che si aggira tra i corridoi del Ministero dell’Economia: è la minaccia della “trappola della povertà relativa”, quella condizione quasi filosofica in cui chi guadagna abbastanza per non avere sussidi, paradossalmente, non guadagna comunque a sufficienza per respirare. È il dramma del ceto medio italiano, per anni bancomat silenzioso dello Stato e oggi epicentro della nuova Manovra economica. La domanda che rimbalza tra famiglie e imprese è la seguente: dove si nasconde la vera svolta per questa fascia della popolazione?

La Manovra 2027 interviene su due fronti: da un lato, amplia la riduzione dell’IRPEF per il ceto medio, estendendo l’aliquota del 33% fino a 55.000 euro di reddito; dall’altro, rafforza le misure per le famiglie e introduce il nuovo strumento di risparmio previdenziale per i neonati. Un pacchetto che prova a coniugare sostegno al reddito e attenzione alla natalità, in un contesto di risorse limitate. Ad apparire protagonista è il cosiddetto ceto medio, quella classe sociale che nell’Ottocento Honoré Daumier immortalò nelle sue pungenti satire. Il fulcro della svolta, a quanto pare, risiede nella riscrittura del cuneo fiscale, che abbandona lo scalone punitivo del “dentro o fuori” per introdurre un sistema di sconti graduali (decalage). Ma dove si cela la reale novità del provvedimento? L’attenzione cade sul legame tra fisco e culle. Il capitolo delle detrazioni fiscali si inserisce in un quadro già delineato dalla precedente Legge di Bilancio: per i contribuenti con redditi superiori a 75.000 euro è previsto un tetto ad alcune spese detraibili, il cui ammontare tiene conto anche del numero dei figli fiscalmente a carico. Un meccanismo che riconosce maggiore spazio alle agevolazioni per le famiglie con figli, ma che non rappresenta una novità della Manovra 2027. Il criterio, inoltre, non si fonda sull’ISEE, bensì sul reddito e sulla composizione del nucleo familiare ai fini fiscali.

Questo correttivo tecnico produce un effetto psicologico e reale immediato: la fine della paura dell’aumento salariale e del costo dei figli. Fino a ieri, un figlio o uno scatto di carriera rischiavano di tradursi in una beffa burocratica. Oggi, apparentemente, la fluidità del nuovo modello, unita alla stabilizzazione delle tre aliquote Irpef (il cui allargamento al ceto medio è però al centro di un serrato dibattito per la scarsità di risorse), garantisce che un guadagno in più resti nelle tasche dei lavoratori, alleggerendo la pressione sui professionisti e sui quadri aziendali con carichi familiari.

Certo, non si tratta di una rivoluzione strutturale capace di risolvere tutto (riprendendo le parole della Premier: “non è una manovra che risolve tutto, non pretende di farlo”), ma rappresenta un’inversione di tendenza metodologica. Lo Stato smette di considerare la classe media come un serbatoio infinito e inizia a trattarla come il motore demografico ed economico da proteggere. Resta da capire se questa boccata d’ossigeno in busta paga, proposta come l’atto economico finale di questo esecutivo, basterà a riaccendere i consumi e le nascite o se si rivelerà l’ennesimo palliativo, trasformando quello che oggi è uno sguardo di speranza verso l’alto in una futura smorfia di delusione.

Ludovica de Sena Plunkett

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