Polonia, siamo al quasi “golpe”: anche lì ci sono di mezzo i giudici, guarda caso…

sabato, 31 Ottobre 2026
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Non è semplice la crisi istituzionale che si sta consumando in queste ore in Polonia. Stiamo infatti assistendo a uno scontro senza precedenti: da una parte c’è il capo del governo, Donald Tusk, centrista ed europeista, dall’altra troviamo il presidente della repubblica, Karol Nawrocki, nazionalista e conservatore. I sostenitori del capo dello Stato, proveniente dal partito del PiS (Legge e Giustizia), gridano al “golpe”.

Che cosa sta succedendo? Né più e né meno di quello che sta accadendo in altre parti d’Europa (a partire dall’Italia), vale a dire il conflitto sul ruolo dei giudici nel sistema e sul loro rapporto con la politica. A innescare la crisi è stata la decisione del governo  di sospendere il presidente della Corte costituzionale, Bogdan Swieczkowski, politicamente vicino al presidente e al suo partito. La tensione è esplosa quando una folla di manifestanti ha circondato ieri sera la sede del Tribunale costituzionale per protestare contro la decisione di Tusk di rimuovere Swieczkowski dalla sua carica. A enfatizzare la crisi ha provveduto lo stesso capo dello Stato : rientrato d’urgenza da un viaggio in Senegal, Nawrocki è piombato sulla sede della Corte poco dopo la mezzanotte accolto dai cori dei  manifestanti che scandivano «Karol! Karol!». Il presidente non ha fatto una semplice comparsata, essendo rimasto nel palazzo del Tribunale per quasi cinque ore.

Se non è un golpe in piena regola, poco ci manca. Sicuramente ci troviamo di fronte a un gravissimo vulnus istituzionale perché la costituzione polacca non conferisce al premier (e sarebbe strano se fosse il contrario) il potere di rimuovere il massimo esponente della Corte costituzionale. Tuttavia, Tusk ha proceduto egualmente alla sospensione per un mese di Swieczkowski basandosi sulle decisioni di una parte dei giudici della Corte stessa nominati dall’attuale maggioranza. Insomma, come recita un adagio romano, i magistrati polacchi se la cantano e se la suonano.

Rimane comunque il fatto che questa crisi a Varsavia è una faccenda tremendamente seria.  E ciò per due buoni motivi.

Il primo è che la Polonia è la retrovia della guerra in Ucraina e, nello stesso tempo, la prima frontiera d’Europa insieme con le Repubbliche baltiche. Non è certo il caso di scomodare la “guerra ibrida” della Russia che ultimamente viene evocata a ogni stormir di fronde, ma non rassicura comunque che un Paese cerniera tra Est ed Ovest di quasi 38 milioni di abitanti venga destabilizzato a causa di una pericolosa crisi istituzionale.

Il secondo motivo è che i fatti polacchi di queste ore sono lo specchio di un più generale conflitto di potere in atto in questi anni in Europa. E, a quanto pare, si tratta di uno scontro profondo quanto (potenzialmente) esplosivo. Volendo semplificare al massimo, possiamo dire che da una parte c’è l’Europa “populista” che reclama sovranità, dall’altra  l’Europa “oligarchica” dei poteri e degli apparati politicamente “irresponsabili”, nel senso che non devono rendere conto a nessuno del loro operato. La magistratura è uno dei vertici di questo establishment che tende a erodere progressivamente i poteri della politica.

Il paradosso polacco è che, in questa crisi, è proprio il potere politico a fare da sponda allo straripamento della magistratura ed è invece la suprema carica dello Stato, appunto la presidenza della repubblica, a rivendicare il principio della sovranità popolare. Normalmente accade il contrario, a partite dall’Italia. Il fatto è che in Polonia vige l’elezione diretta del capo dello Stato e quindi il presidente agisce in nome dell’investitura da parte del popolo elettore ed è pertanto figura politicamente potentissima.

Notiamo a chiosa che la giudice Anna Korwin-Piotrowska (ha sostituito Swieczkowski ed è vicina a Tusk) ha dichiarato che la rimozione del presidente della Corte sarebbe servita a «ripristinare lo Stato di diritto». Già, lo «Stato di diritto». È lo stesso principio invocato in Italia dal “partito dei giudici” e dagli oppositori più irriducibili del governo di Giorgia Meloni. Il caso polacco ci dimostra che questo principio può essere piegato a piacimento in base alle convenienze dei suoi stessi sostenitori. Alla fine, tutti i soggetti della vita  pubblica fanno politica. Ma non tutti sono disposti ad ammetterlo.

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