Presentato a Lucca Comics & Games, nella sezione Notti Horror, il nuovo film di Federico Zampaglione, scritto con Barbara Baraldi, arriva nei cinema dal 5 novembre con Filmclub Distribuzione. La storia di un musicista in crisi creativa, in bilico tra sogno allucinatorio e realtà.
Recensione
Nameless Ballad, il nuovo lavoro di Federico Zampaglione e probabilmente il suo film più personale, parte da ciò che il regista conosce meglio, il mestiere del musicista e del cantante, e lo trasforma in materia per una ghost story.
Il protagonista è Sam Gallo (Jamie Ward), un giovane musicista in piena crisi creativa, fiaccato dall’uso di farmaci e schiacciato da chi gli sta intorno e pretende un nuovo successo. Per ritrovare l’ispirazione torna in Italia, nei luoghi dell’infanzia, e si isola in una casa dove presenze oscure sembrano nutrirsi delle sue paure.
Al centro del film c’è la storia di Imma Rubino, la proprietaria della villa, interpretata da un’intensa e spettrale Giglia Marra. Musicista nell’anima, amava il pianoforte ma all’epoca non le era permesso suonare: schiacciata dal ruolo familiare e dalla tragedia dei suoi figli, aveva dovuto rinunciare a vivere la musica. La sua ballata è rimasta incompiuta e, con essa, la sua esistenza. Sam diventa lo strumento attraverso cui Imma può finalmente completarla.
Zampaglione fa dire a Sam parole che suonano quasi come una dichiarazione di poetica. «Quelle canzoni sono state scritte nel corso della vita e senza restrizioni», dice il personaggio, per poi aggiungere: «Ora si aspettano che a comando scriva qualcosa di straordinario». Bastano due battute per tracciare la linea di confine tra la passione musicale e il business, tra la musica come urgenza e la musica come prodotto da consegnare, e per capire quanto Sam sia, per il regista, un alter ego.
Il film si muove dentro i canoni classici della ghost story e guarda ai grandi autori del racconto gotico, da Edgar Allan Poe a Henry James, ma anche al grande cinema horror italiano, da Mario Bava a Lucio Fulci. Nella sceneggiatura, scritta con Barbara Baraldi, scrittrice e curatrice editoriale di Dylan Dog, l’attenzione va soprattutto all’atmosfera: a differenza dei film precedenti di Zampaglione, qui contano l’inquietudine e il perturbante più dello spavento. Un clima che si adatta bene alla vicenda, perché Sam, con la coscienza alterata dalle sostanze e tormentato dai propri fantasmi, è fatalmente ricettivo a quelli degli altri, veri o presunti.
Il punto di forza è proprio la scelta di non sciogliere l’ambiguità. Il regista non vuole che lo spettatore distingua con chiarezza ciò che è soprannaturale da ciò che nasce dalla mente del protagonista ma confondere realtà e fantasia fino a far dubitare di ciò che si vede. Il confine tra sogno allucinatorio e realtà resta così sempre difficile da scorgere, e il dubbio accompagna fino alla fine.
Sul piano visivo il film è curato e ricercato: la fotografia è satura ed elegante, le scenografie sono rifinite nei dettagli e le inquadrature giocano con le geometrie. Tra le scelte più riuscite c’è la bellissima sequenza in soggettiva del protagonista che ci porta dentro all’incubo ed al maligno.
La musica è il cuore del film, e la sua ombra. Scrivere può essere anche una condanna, una prigione: la melodia che dovrebbe portare la rinascita diventa rovina, la passione si trasforma in dannazione. Un horror elegante e malinconico, come una ballata che, finito il film, continua a risuonare.
Vittorio Zenardi
