Trump alla prova del voto: “Se vincono i democratici diventerò Mister Veto”

lunedì, 2 Novembre 2026
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“I guess I’ll become Mr. Veto”. Donald Trump sceglie una battuta, ma il messaggio che accompagna le ultime ore di campagna elettorale americana è tutt’altro che leggero. Se i democratici dovessero conquistare il Congresso, il presidente è pronto a trasformare il veto presidenziale nella sua principale arma politica. Almeno all’inizio. “A un certo punto probabilmente troveremo degli accordi”, ha aggiunto nell’intervista al New York Post. Ma prima, sembra suggerire, ci sarà da combattere.

È una frase che racconta molto del clima con cui gli Stati Uniti arrivano domani alle urne. Le elezioni di metà mandato, tradizionalmente un esame per il partito che occupa la Casa Bianca, stavolta assumono un significato ancora più diretto: misurare quanto sia ancora solido il consenso attorno a Trump e, soprattutto, stabilire quanto spazio resterà al presidente per portare avanti la propria agenda negli ultimi due anni di mandato.

Il quadro che emerge dagli ultimi rilevamenti non è particolarmente rassicurante per i repubblicani. Secondo l’ultimo sondaggio NBC News, pubblicato il primo novembre, il 52% degli elettori registrati preferirebbe un Congresso controllato dai democratici, contro il 45% che auspica una maggioranza repubblicana. Sette punti di distanza, due in più rispetto alla rilevazione precedente. Un vantaggio che si allarga soprattutto tra gli indipendenti, dove il margine democratico arriva a 21 punti.

Non è soltanto una questione di appartenenza politica. Nella stessa indagine, il 70% degli intervistati giudica il Paese sulla strada sbagliata e il 64% ritiene che Trump non abbia mantenuto le aspettative. Anche l’economia, tradizionale terreno di forza del presidente, mostra segnali di insofferenza: per la prima volta in trent’anni di rilevazioni NBC, gli americani insoddisfatti della propria condizione finanziaria superano quelli soddisfatti, rispettivamente il 51% e il 49%.

Naturalmente, un sondaggio nazionale non assegna automaticamente i seggi. La partita si gioca Stato per Stato, distretto per distretto, e soprattutto in un numero ristretto di competizioni particolarmente combattute. Alla Camera i democratici devono recuperare quattro seggi netti per conquistare la maggioranza. Al Senato la situazione è ancora più complessa: anche qui servirebbero quattro seggi in più, ma la geografia elettorale rende la sfida assai diversa.

Il fatto che Trump abbia evocato così apertamente l’ipotesi di un Congresso democratico è significativo anche per un’altra ragione. La Casa Bianca, secondo quanto ricostruito da Reuters, non si è limitata a preparare la campagna elettorale: da mesi starebbe lavorando a un piano per continuare a governare anche senza una maggioranza parlamentare.

Al centro delle valutazioni ci sono soprattutto i poteri esecutivi del presidente. Il vice capo dello staff Stephen Miller, il direttore dell’Office of Management and Budget Russell Vought e gli avvocati della Casa Bianca avrebbero esaminato le possibilità di intervenire autonomamente su immigrazione, dazi, politiche abitative e spesa federale.

In altre parole, la prospettiva di perdere il Congresso non significherebbe per Trump rinunciare alla propria agenda. Significherebbe piuttosto cambiare strumenti. Con una maggioranza democratica, il presidente si troverebbe davanti un Parlamento in grado di bloccare le sue iniziative legislative, rallentare le nomine, controllare la spesa e soprattutto aprire inchieste sull’operato dell’amministrazione.

È proprio quest’ultimo aspetto a rendere le midterm particolarmente delicate per la Casa Bianca. La conquista della Camera permetterebbe ai democratici di riprendere il controllo delle commissioni e degli strumenti di supervisione parlamentare. Un cambio di maggioranza avrebbe quindi conseguenze che andrebbero ben oltre la normale dialettica tra governo e opposizione.

Ma la vigilia elettorale racconta anche qualcosa di più sottile: il rapporto sempre meno lineare tra Trump, il Partito repubblicano e una parte dell’elettorato conservatore. Uno degli episodi più significativi arriva dal Kansas, dove l’ex governatore repubblicano Bill Graves ha deciso di sostenere il democratico Adam Hamilton nella corsa al Senato contro il repubblicano Roger Marshall. Graves, che ha guidato lo Stato dal 1995 al 2003, non è un esponente marginale della tradizione conservatrice locale. Il suo endorsement rappresenta un segnale politico, anche se non è la prima volta che prende le distanze dai candidati del suo partito.

Non è l’unico caso. In Georgia, alcuni amministratori locali repubblicani hanno espresso sostegno al democratico Jon Ossoff. E l’ex senatore Jeff Flake, da tempo critico nei confronti di Trump, ha appoggiato la sua rielezione. Sono episodi diversi, che non autorizzano a parlare di una rottura generalizzata del Partito repubblicano, ma mostrano come il consenso attorno al presidente non coincida necessariamente con quello dell’intero mondo conservatore.

Il quadro è reso ancora più interessante da quanto accaduto in Michigan, dove si è verificato il movimento opposto. La deputata democratica Haley Stevens, dopo uno scontro politico con Abdul El-Sayed, candidato del suo stesso partito al Senato, ha annunciato il proprio sostegno al repubblicano Mike Rogers. Una scelta che ha provocato forti reazioni tra i democratici, con il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer che l’ha definita un tradimento.

Il caso Stevens dimostra che le divisioni non attraversano soltanto il campo repubblicano: anche tra i democratici restano profonde le tensioni sulle candidature, sulle posizioni internazionali e sull’identità politica del partito.

Il voto di domani sarà inevitabilmente letto anche in prospettiva delle presidenziali del 2028. Per Trump, mantenere il controllo del Congresso significherebbe conservare gli strumenti parlamentari per proseguire il proprio programma e presentarsi agli ultimi due anni di mandato con una maggioranza alle spalle. Per i democratici, invece, conquistare almeno una delle due Camere significherebbe riaprire uno spazio di iniziativa politica, ma anche prepararsi ad affrontare la questione della leadership in vista della prossima corsa alla Casa Bianca.

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