Possibile impeachment per il capo del Pentagono Hegseth dopo la disfatta repubblicana alle elezioni

venerdì, 6 Novembre 2026
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PETE HEGSETH SEGRETARIO ALLA GUERRA USA

Pete Hegseth, il ministro della Difesa degli Stati Uniti, rischia di essere messo sotto accusa dal Parlamento americano. Il voto potrebbe arrivare già la prossima settimana alla Camera dei Rappresentanti, uno dei due rami del Congresso. A proporlo non è l’opposizione democratica, ma un deputato dello stesso partito del presidente Donald Trump, il repubblicano Thomas Massie. E secondo la Cnn, tra i repubblicani c’è chi dà già per probabile l’approvazione.

Ma basta un voto della Camera per far cadere un ministro? No. L’impeachment è la procedura con cui il Congresso americano può mettere sotto accusa il presidente, il vicepresidente e gli alti funzionari dello Stato, ministri compresi, e si svolge in due tempi. Prima la Camera vota le accuse, e le basta la maggioranza semplice; poi il caso passa al Senato, che celebra un vero processo. Per rimuovere il ministro dall’incarico servono i due terzi dei senatori presenti. Essere messi sotto accusa, quindi, non significa essere cacciati. Nella storia americana è successo a due soli ministri, e nessuno dei due ha perso il posto per questa via. L’ultimo è stato Alejandro Mayorkas, ministro della Sicurezza interna di Joe Biden: la Camera lo accusò nel febbraio 2024 con 214 voti contro 213, ma il Senato archiviò il caso senza processo.

Perché il partito di Trump dovrebbe rivoltarsi contro un ministro di Trump? La risposta sta nel voto di martedì. Gli americani sono andati alle urne per le elezioni di metà mandato, le “midterm”, che rinnovano il Parlamento a due anni dall’elezione del presidente. Per i repubblicani è stata una disfatta. I democratici avranno una larghissima maggioranza alla Camera, con almeno 250 deputati sui 218 necessari, e hanno conquistato anche il Senato con almeno 54 seggi, vincendo in Stati un tempo considerati roccaforti repubblicane.

Molti parlamentari repubblicani ora indicano in Hegseth (o “Segretario della Guerra”, come si fa chiamare) uno dei principali responsabili del tracollo. Secondo la Cnn, in privato lo accusano di aver convinto Trump a lanciare l’attacco all’Iran assicurando una vittoria rapida, senza aver previsto come chiudere il conflitto o gestirne le conseguenze. La guerra tra Stati Uniti e Iran è cominciata il 28 febbraio ed è stata pesantemente criticata dai democratici e da una parte isolata dei repubblicani.

Il possibile voto cadrebbe in un momento particolare. I nuovi eletti entreranno in carica solo a gennaio e fino ad allora resta in funzione il vecchio Parlamento, dove la maggioranza è ancora repubblicana. Se l’impeachment passasse, a mettere sotto accusa Hegseth sarebbe proprio il suo stesso partito.

Massie, deputato del Kentucky, è da tempo in rotta con il presidente. A maggio ha perso le primarie contro un avversario sostenuto da Trump, e a gennaio lascerà il Congresso. Le accuse contro Hegseth le aveva già presentate a settembre: sono otto e, oltre alla conduzione della guerra in Iran senza autorizzazione del Congresso, riguardano la protezione dei civili e i raid non autorizzati nei Caraibi. Il voto saltò perché lo speaker della Camera Mike Johnson cancellò le ultime sedute prima delle elezioni, liquidando l’iniziativa come una “trovata”. Ora Massie ci riprova come ultimo atto politico e lascia al ministro una sola via d’uscita: ritirerà la mozione solo se Hegseth si dimette.

I democratici dovrebbero votare quasi tutti a favore: l’esito dipenderebbe quindi da quanti repubblicani decideranno di seguirli. Al Senato, invece, raggiungere i due terzi sarebbe molto più difficile, anche se la Casa Bianca sta già valutando piani di emergenza e potenziali sostituti per evitare l’umiliazione del voto.

La Casa Bianca, per ora, difende pubblicamente il ministro. Trump ha smentito di volerlo sostituire, dicendo che sta facendo “un ottimo lavoro”, e il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha assicurato che Hegseth resterà in carica fino alla fine del mandato presidenziale.

Non resta che fare riferimento per contrapposizione al sentito e risentito: “Squadra che vince non si cambia”. E seguendo la logica opposta del vecchio detto, squadra che perde… si cambia. Ma a cambiare, di solito, sono i giocatori e non l’allenatore. In Italia lo si è visto dopo il referendum sulla giustizia, quando sono stati sacrificati alcuni esponenti di governo, escludendo però le dimissioni della premier o un rimpasto complessivo. A Washington i repubblicani sembrano tentati dalla stessa strada: trovare un nome a cui intestare la sconfitta. Sarà proprio quello di Hegseth?

Ludovica de Sena Plunkett

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