MANI PULITE 30 ANNI DOPO/1: la moglie infuriata che scatenò i giudici

martedì, 15 Febbraio 2022
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Trent’anni fa cominciava l’operazione Mani Pulite e l’Italia fu travolta da un immane tsunami giustizialista-moralista. Abbiamo il dovere di ricordarlo, perché quel cataclisma politico-giudiziario ha cambiato per sempre la vita degli italiani.

È bene però evitare di redigere bilanci e di fare confronti tra ieri e oggi. Il motivo è semplice: verremmo presi dallo sconforto. L’Italia del 2022 non sembra infatti migliore da quella del 17 febbraio 1992, quando un carneade bricconcello, tal Mario Chiesa, presidente socialista della casa di riposo milanese Pio Albergo Trivulzio, fu pescato con le mani nel sacco a intascare una tangente di 7 milioni di lire da un’impresa di pulizie. Lì per lì nessuno ci fece caso, ripetendo e parafrasando “Così fan tutte”, come dal film erotico di Tinto Brass, con Claudia Koll, pellicola uscita l’anno prima, agli sgoccioli della Milano da bere e da sbafare, a gratificare le foie libertine della new class simil-liberista in ascesa.  Invece l’arresto del “mariuolo”, come Bettino Craxi definì qualche tempo dopo il Chiesa, diede avvio a una vera e propria “rivoluzione” che portò alla decapitazione, come nello stile proprio di ogni rivoluzione giacobina, della cosiddetta Prima Repubblica.

Si diceva dello sconforto. Un groppo alla gola ci viene quando apprendiamo che l’attuale ministro dell’Economia, Daniele Franco, ha descritto in termini di  «truffe più grandi mai viste nella storia della Repubblica» gli illeciti profitti realizzati recentemente  da imprenditori e mediatori furbacchioni e rubacchioni con le cessioni dei crediti d’imposta legati ai bonus edilizi. Quindi non è cambiato nulla rispetto a trent’anni fa, nell’italico costume? No, non è cambiato. Anzi, la situazione è peggiorata, visto che creste, bustarelle  e crassazioni varie dilagano nell’ex Belpaese, ben al di là del mondo della politica.

Quindi, alla fine, che cosa andiamo oggi a commemorare? Non certo una svolta “morale” o un “risveglio” di coscienza, come gli aedi dell’ “etica pubblica” cantavano allora nei loro sdilinquimenti mediatici, ad ogni arresto di politici decretato dell’”eroico” pool di magistrati milanesi.

Andiamo in realtà a ricordare una serie di violenze mediatico-giudiziarie senza eguali nella storia della Repubblica. Arbitrii, delirii, soprusi che hanno lasciato il segno nella vicenda italiana, inaugurando una fase mai vista prima di invasioni di campo nella politica da parte della magistratura, di giustizia a orologeria, di gogne mediatiche,  una fase che non è finita con Mani Pulite ma che è continuata, in vari momenti  e con esiti talvolta devastanti, anche nei decenni successivi, trasformando la vita del Paese,  alterando gli equilibri tra poteri e scatenando una guerra civile a bassa intensità nel cuore delle istituzioni.

Ma procediamo con ordine e riportiamoci al clima di quei mesi del 1992. Quando scoppiò il caso del Pio Albergo Trivulzio, l’Italia stava vivendo una complessa e nervosa fase di cambiamento. Di lì a breve, il 5 aprile, si sarebbero tenute le elezioni politiche ed era nell’aria una svolta. Nel Paese, soprattutto nel Nord, montava la protesta. Ad approfittare di quel clima sembrava destinata la Lega di Umberto Bossi. Era la novità politica, insolente e sboccata («la Lega ce l’ha duro») di quel periodo e creava inquietudine nei gechi frizerati che abitavano i palazzi del potere. La formula di governo, sostenuta dal Caf (acronimo dell’accordo tra Craxi, Andreotti e Forlani) era alle battute finali, anche perché dal Quirinale arrivavano le “picconate” del presidente Francesco Cossiga, che nell’ultimo periodo del suo mandato aveva preso a demolire, con le sue “esternazioni”, gli equilibri politici e il sistema del “consociativismo”, cioè l’accordo di potere sottobanco tra partiti di maggioranza, da una parte, e l’opposizione di sinistra, vale a dire il Pci, da poco divenuto Pds, dall’altra. Era una specie di Alto Gabibbo che, a cadenza settimanale (e anche meno), consegnava un Tapiro d’Oro all’impunito notabile di turno.

Tutti, chi più chi meno, si attendevano un cambiamento di lì a breve, a parte Craxi, che continuava a rispondere in modo sprezzante a chi chiedeva un mutamento radicale di sistema. Come quando, qualche mese prima, aveva invitato gli elettori ad “andare al mare” in occasione del referendum promosso da Mario Segni sulle preferenze nelle schede elettorali, rimanendone clamorosamente smentito.  Quell’atteggiamento si sarebbe rivelato fatale per il leader socialista, perché avrebbe fatto di lui il simbolo vivente del regime arrivato al capolinea, il simbolo stesso (in negativo) di Mani Pulite

Insomma, forte e diffusa era la sensazione che l’Italia era prossima a ragionevoli (più o meno) mutamenti politici, solo che nessuno sia aspettava il fosforescente crollo di sistema che stava per arrivare.

E dire che la scintilla dell’esplosione-implosione sarebbe stata banale, se non addirittura grottesca: a mettere nei guai Mario Chiesa non fu un oppositore politico, ma la di lui moglie, dalla quale si era separato e con la quale era in litigio per via dell’assegno di mantenimento. Stanca per la tirchieria del marito, la signora andò dai giudici e tirò fuori le carte di conti miliardari all’estero.

Dopodiché fu il diluvio. Una moglie infuriata può anche far crollare un regime. Ciò naturalmente accade quando il sistema è vicino al collasso. Nella prossima puntata proveremo a spiegare come e perché quell’immane crollo politico sorprese tutti. A partire dai bardi  della “rivolta morale” più  immorale della storia italiana.

(Continua)

 

 

 

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