I have a dream- Editoriale

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Cinquanta anni fa Martin Luter King pronunciava uno dei discorsi più famosi al mondo che sarebbe passato alla storia semplicemente grazie a quattro parole da lui pronunciate in una frase: “I have a dream”.

Martin Luter King aveva un sogno, allora considerato assurdo, quello dell’uguaglianza tra persone di colore e uomini bianchi. Osava sognare che un giorno lui e tutti gli uomini di colore, come tutte le persone bianche, potesse avere il diritto al voto.

Il Reverendo King era vissuto in un mondo in cui gli uomini neri per legge erano costretti a cedere il posto sugli autobus alle persone bianche, viveva in un paese che con la Dichiarazione d’Indipendenza aveva annunciato che ogni cittadino americano, senza alcuna distinzione, aveva diritto alla felicità e aveva promesso di difendere questo diritto. Promessa che in seguito ha disatteso, almeno per gli uomini di colore verso i quali il principio di eguaglianza risultava vano.

Cinquant’anni dopo, le cose sono fortunatamente cambiate ma viene spontaneo chiedersi: di quanto?

Certo oggi uomini bianchi e neri, rossi o gialli che siano, hanno gli stessi diritti, almeno su carta, ma questo non basta per dire che il razzismo è scomparso, ha solo cambiato forma o in alcuni casi, bersaglio.

Viene subito da pensare ad una coppia gay che qui in Italia, paese che si fa vanto del suo essere “democratico”, in realtà non ha alcun diritto, non può sposarsi ne avere figli, per loro la democrazia non è un dato di fatto ma un miraggio. Aspettano da tempo di trovarsi di fronte a un governo che faccia finalmente la scelta giusta e la più democratica, dando loro ciò che gli spetta, ma si trovano come difronte a un gratta e vinci con la speranza di una vincita che possa cambiar loro la vita, vedendo però comparire inesorabile la scritta “Oggi sei sfortunato, riprova ancora”.

Mettendo da parte le coppie gay che potrebbero far pensare ad un assist fin troppo facile da cogliere, mi viene ancora da pensare all’odio razziale che c’è tra Nord e Sud, ai cori negli stadi che inneggiano ad una catastrofe in grado di spazzare via parte della popolazione italiana perché parla un dialetto diverso dal proprio. O ancora, alle offese dirette ad un giocatore che indossa la maglia della nazionale italiana, ma che per qualcuno lo fa senza averne il diritto perché di colore.

Ciò che probabilmente manca più i tutto in questo paese è l’educazione alla tolleranza. Sarebbe opportunoi insegnare a tutti fin da bambini, nelle scuole, che poco importa il colore della pelle, la religione, o la status sociale di una persona. Far capire ai giovani che il calcio è uno sport di squadra che dovrebbe insegnare ad essere uniti e inneggiare a valori come la fratellanza e anche l’amicizia a prescindere da dove si è nati o da chi.

Forse sarebbe il caso di dare più spazio all’interno dei programmi scolastici a queste tematiche, anche se ciò significa sottrarre qualche ora a Saba o Aristotele, sono certa che loro approverebbero.

Ma qui si continua a far mangiare bambini della stessa classe in ambienti differenti perché c’è che può permttersi la mensa scolastica e chi invece il pranzo deve portarselo da casa.

Sarebbe bello oggi vedere la faccia di Martin Luter King dinanzi ai discorsi di Obama, primo presidente nero degli Stati Uniti, dimostrazione in carne e ossa che i sogni, quelli di qualcuno, si avverano.

Dorotea De Vito

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