Snowtown: più reale del reale

Cinema

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Non è la prima volta che un autore porta sullo schermo la vera storia di un serial killer. Ma quest’opera presenta un fattore assente negli altri film di genere: il realismo.
“Il linguaggio della realtà” di Baziniana memoria, quel realismo ontologico, che imprime nella pellicola l’impronta digitale del mondo. Cinema come “lingua scritta della realtà”, che mette in scena la vita non per farci ritrovare bensì per farci perdere dentro le nostre paure.
Sin dall’inizio il film insinua in noi un’inquietudine che aumenta con lo scorrere della pellicola, quando non solo il vedibile ma anche l’immaginabile crea tensione verso il fuori campo.
Tutti gli elementi del film concorrono a creare questa inquietudine, dal sobborgo fatto di soprusi e abusi sessuali dove Jame vive con la madre Elizabeth e i due fratelli minori, ai margini della città ma più in generale della società; alla fotografia con toni sul grigio fino alla colonna sonora che definirei sensoriale.
L’incontro poi di Jamie con Jonh, compagno della madre, fa entrare in scena quello che Freud definiva il perturbante, ovvero, una particolare attitudine del sentimento più generico della paura, che si sviluppa quando una cosa o una persona viene avvertita come familiare ed estranea allo stesso tempo, creando una generica angoscia unita ad un senso di straniamento.
Proprio questo é infatti il rapporto che lega fin da subito i due. Jamie affascinato da quello che poco a poco diventa il suo mentore non si accorge che in realtà è uno spietato serial killer e viene sommerso giorno dopo giorno dall’orrore e dalla violenza. Film d’esordio dell’regista Justin Kurzel e a mio avviso uno dei miglior film del panorama Horror contemporaneo.

Vittorio Zenardi

Vittorio Zenardi
Direttore Responsabile

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