Recensione Sacro Gra

Cinema

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Esce oggi in sala il film vincitore del Leone d’oro a Venezia 2013: Sacro Gra, di Gianfranco Rosi.

In molti oramai sapranno la particolare storia di questo film che in realtà è un documentario, ma ve la riassumiamo comunque: GRA in questo caso sta per “Grande Raccordo Anulare”, l’anello autostradale che circonda Roma.

Lungo quest’anello si possono incontrare i personaggi più svariati, dal pescatore d’anguille all’esperto botanico che combatte per la sopravvivenza delle palme, da un aristocratico che vive in un castello in affitto per i fotoromanzi alle prostitute transessuali: Rosi ha raccontato sprazzi di vita di queste persone dando vita ad un documentario iperrealista partendo da un paesaggio, per concentrarsi sull’umanità.

La diversificazione tra gli uomini viene studiata in questo caso in quello che Augé definirebbe sicuramente un “non luogo”, uno spazio che ha la prerogativa di non essere identitario e di non rappresentare le persone che vi transitano, è unb lungo che serve appunto solo da transizione.

In Sacro Gra appunto, benché la storia prenda spunto da un paesaggio, non è questo che ne caratterizza i protagonisti ma al contrario, sono loro che caratterizzano il luogo. Lontano dai luoghi canonici di Roma, il Grande Raccordo Anulare si trasforma in un collettore di storie a margine di un universo in espansione.

Per la prima viene scelto di far gareggiare un documentario a Venezia e la sorpresa è stata di tutti quando proprio questo è stato decretato vincitore del massimo riconoscimento.

Dopo l’India dei barcaioli, il deserto americano dei drop out, il Messico dei killer del narcotraffico, con Sacro GRA Gianfranco Rosi racconta un angolo del suo Paese, girando e perdendosi per più di due anni con un mini-van sul Grande Raccordo Anulare di Roma per scoprire i mondi invisibili e i futuri possibili che questo luogo magico cela oltre il muro del suo frastuono continuo.

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