La nuova Carrie: analisi di un remake di un classico

Cinema

Fresca uscita nelle sale, giovedì 16, “Lo Sguardo di Satana – Carrie”, remake in chiave attuale del maestro De Palma, non delude del tutto ma non convince.

Non sono certamente le doti a mancare alla statunitense Kimberly Peirce, già regista dell’interessante Boys don’t Cry nel 1999 (film che valse l’Oscar ad Hilary Swank). Non manca il coraggio di misurarsi con uno dei capolavori di sempre del cinema horror, nonché uno dei cavalli di battaglia nella lunga carriera del maestro Brian De Palma: “Carrie – Lo sguardo di Satana”. E non manca nemmeno l’abilità di destreggiarsi in un riadattamento notevolmente complicato, sia per l’eredità depalmiana che per quella letteraria di Stephen King. “Lo Sguardo di Satana – Carrie” della Peirce, in sostanza, non è del tutto da buttare: minuziosa la regia, frutto di grande accuratezza, che regala un film godibile ed esteticamente piacevole nel suo complesso; limpida ed intensa la narrazione di temi delicati ed attuali, quali il bullismo e l’inquietudine adolescenziale, già ampiamente trattati nel primo film della regista. La trama è ben nota e resta la stessa: la giovane Carrie White è emarginata dai suoi coetanei e cresce timida ed introversa, a causa dell’educazione bigotta della madre Margareth, integralista cattolica. Una serie di eventi e di angherie dei suoi compagni di scuola, in particolare della viziata Chris Hargensen, provocheranno un climax ascendente nella rabbia repressa della ragazzina che, dotata di poteri paranormali, attuerà una vera e propria strage durante il ballo di fine anno. Il lavoro della Peirce si prefigge di essere il giusto punto d’equilibrio tra il film di De Palma e il romanzo di King, del quale utilizza diversi elementi ( per esempio, la distruzione di casa White nel finale), aggiungendo l’idea del moderno bullismo 2.0, fatto di filmati con Iphone e video su Youtube. Quello che manca è però notevole e da non sottovalutare. Innanzitutto, traspare l’assenza di una vera e propria immedesimazione della protagonista e la sedicenne Chloe Moritz, seppur bravissima e seppur sostenuta dal digitale, proprio non riesce ad incutere l’inquietudine che il solo sguardo di ghiaccio di Sissy Spacek, circa 40 anni fa, terrorizzò le platee. Pare quasi una fatina, la novella creatura di Satana, nel suo muovere le mani a mo’ di un burattinaio, per segnare la fine di coloro che le hanno rovinato l’esistenza. Una rabbia lucida, calcolata, seppur furente traspare dalla nuova Carrie, fin troppo studiata nell’interpretazione dell’outsider. Stona notevolmente, inoltre, la disinvoltura nell’uso di poteri irrazionali e pericolosi. Ma, soprattutto, la Moretz è davvero troppo bella per poter essere credibile nella parte dell’esclusa.
Esaltati e spettacolari gli effetti speciali, degni di un film di supereroi, che spesso appesantiscono la narrazione e distolgono l’attenzione dello spettatore dal fulcro della storia, il disagio psicologico della protagonista. Nota di merito, il personaggio della madre di Carrie, interpretata magistralmente dall’algida Julianne Moore, il cui ruolo è messo certamente più in evidenza rispetto alla delirante Piper Laurie, che con la Spaceck ottenne a suo tempo una nomination all’Oscar. La Moore risulta meno maniacale e decisamente più sofferente. In tal senso, la scena iniziale del parto è struggente al punto tale da essere considerata una buona trovata.
In sostanza, consiglio la visione ad un pubblico “nuovo” che certamente troverà piacevole la pellicola; per chi ha amato la Carrie di De Palma, invece, suggerisco di recarsi in sala con ben poche aspettative: probabilmente, l’unico effetto sarà quello di andare a ripescarsi il film del ’76.

Denise Penna

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