La Vertigine del Drago

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Michele Riondino e Alessandra Mortelliti sono i protagonisti de “La vertigine del drago”, spettacolo ancora in scena al Teatro Ambra alla Garbatella di Roma che affronta il tema della xenofobia.
Un’opera impegnativa che offre spunti per riflettere sulle attuali tematiche del pregiudizio e dell’intolleranza.
Alla sua prima regia teatrale, Riondino interpreta Francesco, un naziskin che dopo aver compiuto un agguato a un campo rom ed essere rimasto ferito da un colpo di pistola, sequestra la giovane zingara Mariana rinchiudendola in un garage.
E’ all’interno di questo spazio grigio e desolante che inizia la loro convivenza, un luogo angusto che li tiene lontani dal mondo esterno; qui avviene l’incontro tra la spietatezza di lui, e la fragilità di lei.
Il testo, del quale è autrice Alessandra Mortelliti, mostra al lettore sin da subito le peculiari problematicità dei due protagonisti costretti ad affrontarsi nell’attesa che una telefonata da parte dei neonazisti possa indicare a Francesco come gestire l’ostaggio.
Nella prima mezz’ora si concentra tutto il carattere drammatico dello spettacolo: il ragazzo non ha alcuna pietà per la rom alla quale si rivolge con parole dure e feroci, con disprezzo e ignoranza, senza alcuna esitazione.
Mariana è sola e indifesa. Si resta colpiti da questo scontro verbale e da questi toni forti che mostrano due personalità differenti non disposte a tollerarsi.
La giovane zingara spiega a Francesco che è stato suo marito a sparargli, con l’intenzione di colpire proprio lei, moglie succube e maltrattata, ma il proiettile ha sbagliato traiettoria.
Ed ecco che il naziskin perde sempre più le sue sembianze da duro. A poco a poco, infatti, la tensione tra di loro si allenta lasciando intravedere la solitudine che paradossalmente li unisce.
Se in un primo momento sembrano distanti e contrapposti, con il passare dei minuti agli occhi del pubblico appaiono simili per le loro vite difficili e per la loro condizione di emarginati. Il rancore che cova nei loro animi li avvicina in qualche modo.
Mariana estrae il proiettile dall’addome di Francesco che da quel momento compie verso di lei piccoli gesti premurosi mostrando la propria umanità e fragilità.
Non sono più solamente nemici ma due persone che implicitamente si aiutano, si accettano, si comprendono silenziosamente.
La drammaticità iniziale cede così il posto alla leggerezza e a certe situazioni buffe che fanno fare persino due risate allo spettatore.
Il lato umano e un certo bisogno di rinascere prevalgono in tutta la loro forza sulla violenza e sul pregiudizio e vincono sulla paura di ciò che non si conosce.

Margherita Villa

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