Massimo Catalani: il linguaggio dell’arte

Cultura

Condividi!

[vc_row][vc_column][vc_gallery type=”image_grid” interval=”3″ images=”1340,1345,1341,1338″ onclick=”link_image” custom_links_target=”_self”][vc_column_text]E’ la prima volta che intervisto Massimo Catalani, ma fin dal nostro primo incontro ho avuto come la sensazione di trovarmi davanti ad un vecchio amico, un fratello maggiore tornato dopo tanto tempo da chissà quali viaggi. Sì perché Catalani pur avendo fama mondiale, con esposizioni in tutte le grandi città d’Europa, negli Stati Uniti, in Corea, Russia, Giappone e presto anche in Cile conserva quell’umiltà tipica dei “grandi” artisti.
Mi accoglie nel suo studio romano dove è alle prese con un quadro che farà parte di una mostra che sarà allestita a Montecarlo i primi di Giugno. 
Subito mi fa partecipe della sua creazione:
“Vedi in quest’opera voglio raccontare un’architettura che metta in luce il linguaggio.
Azzero tutto e uso un linguaggio purista dove si vede solo la forma architettonica in bianco e nero. Quest’altro quadro (portando un’altra sua opera sul tavolo da lavoro) sarà un glicine, un grappolo di glicine in bianco e nero e luminescente.
Raccontare un colore senza utilizzarlo però mi dispiaceva, allora ho messo un celeste che si potesse notare solo a contrasto con dei bianchi.
Ho voluto che toccasse l’anima senza impegnare  il cervello.
Quando arrivi sugli spostamenti impercettibili, le cose non le vedi più, le senti ma non le vedi, e questo aspetto del sentire le cose mi interessa da morire, è il discorso che faceva anche Emilio Garroni sulla semiologia”.

Si, capisco, fra l’altro ho avuto la fortuna come te di avere Garroni come professore all’università e conosco la sua lunga ricerca sulla nozione stessa di senso. Pensi che sia cambiata la semiologia negli ultimi tempi?

Sì, certo, non è più una cultura diffusa ma è diventata una cultura specialistica per chi deve persuadere la gente, perché per vendere una merendina questi temi vengono capiti benissimo.
Sulla comunicazione gli esperti sono bravi, sono gli artisti che si sono venduti….

Cosa intendi?

Viviamo in un’epoca a valle di un secolo di arte concettuale, la quale ha avuto come primo scopo quello di provocare il pubblico, provocare una reazione, come se il pubblico non avesse nient’altro da fare.
Via via l’opera, per esempio con Duchamp, si è sfumata ed è diventata puro concetto.
Il suo orinatoio, “Fontana”, del 1917, nasce come provocazione, il fatto di imitarlo per avere successo cercando nuovi scandali ci ha portato fuori strada. Ho visto cose che non posso neanche raccontare perché veramente il disgusto viene visto come una forma d’arte.

Nel documentario “ritratto d’artista” che ti ha dedicato la Rai ti definisci comunque un tardo concettuale.

Nelle mie opere, c’è necessariamente la concettualità, perché la butti dalla finestra e rientra dalla porta, non scappi.
Ma ho voluto rimettere al centro, forma, colore e materia.
Un linguaggio strutturato in una forma latina, come abbiamo sempre fatto prima ancora dell’importazione della forma anglosassone.
Prima della caduta dell’Italia nella seconda Guerra Mondiale e subito dopo, esisteva ancora Burri, che pur essendo molto influenzato dalla cultura anglosassone e quindi concettuale, rimaneva comunque un pittore.
C’è una forma da guardare nelle sue opere.
Poi purtroppo  si è imposta questa tendenza.
Prendi la figura di Rothko, fino al 1943- 44 faceva le signorine coi fiori sul  balcone, poi finita la guerra  s’è buttato diciamo in questo nuovo mood ed è entrato improvvisamente in un afflato mondiale.

Sempre nel documentario Rai dici che l’innesto della cultura anglosassone figlia della sconfitta militare della seconda guerra mondiale, ha portato una ventata di novità, di tante cose interessanti però anche la perdita di quella cultura secolare che era un po’ quella che raccontava Pasolini.

Chi vince riscrive la storia.
Quell’epoca lì è passata, noi siamo figli di un’altra epoca, possiamo iniziare a dirlo: non è la nostra cultura. 
Il mio punto di partenza è quello di un architetto italiano amante delle piazze e dei modi di vivere della città italiana, per cui dal momento che mi espianti questa cultura e mi metti quella di Casal Balocco, mi stai uccidendo, questo è quello che Pasolini chiamava genocidio culturale.
Nel Piano Marshall c’era  un capitolo che riguardava l’assunzione di tutti gli attori del neorealismo italiano.
Lo scopo era quello di far finire il neorealismo che si batteva contro la distruzione della memoria, invece auspicabile per l’innesto di quella cultura che ti portava a comprare il frigorifero nuovo, sostenuta anche da Andreotti.
La sua avversità al cinema neorealista è nota, per questo nel piano c’era un voce che doveva finanziare il cinema come cinema doppiato.
Noi, infatti, siamo stati l’unico Paese dove i film sono stati sempre doppiati e mai con i sottotitoli, non a caso, siamo anche quelli più analfabeti di tutti sul piano delle lingue.
Sono tutte cose che se le metti in fila le vedi.
Capisco che eravamo un Paese spaccato, rischiavamo la guerra civile, tutto giusto, però poi é finita e sopratutto adesso ci dobbiamo svegliare in qualche modo.
Non possiamo competere con i coreani sui computer  o sulle macchine, e neanche con l’organizzazione dei tedeschi.
I nostri genitori che sapevano fare i Sarti e tante altre cose belle si sono vergognati, hanno mandato i figli alle Poste, a fare gli impiegati, distruggendo un sapere che  oggi chi ce l’ha se lo vende.
Dobbiamo ritrovare noi stessi, per cui ricominciamo da dove siamo, da dove siamo sempre stati, se non vogliamo diventare tutti camerieri a Londra.

E’ proprio così.

Uno parla d’arte ma l’arte è guerra, questa è una guerra commerciale, fa morti e feriti come tutte.
Io sono un soldato  in questo momento, anzi ormai a cinquant’anni spero di essere un ufficiale.
Sto combattendo una guerra, e ogni volta che faccio un quadro faccio partire un colpo per la difesa della Nazione. Perché se prendiamo solo colpi senza rispondere siamo morti. Su questo argomento nel 1991 ho scritto per Opening la mia Trilogia della guerra.

Mentre prepara i nostri caffè, addolciti con il miele, perché “fa bene contro il raffreddore”, mi parla del progetto “La casa dei pesci”, e dalle sue parole traspare tutto l’amore per il mare e per la sua salvaguardia.

Il  progetto nato nel 2006 da un’idea di Paolo Fanciulli, pescatore di Talamone, consiste nel realizzare blocchi di cemento da mettere in mare per bloccare la pesca a strascico illegale.
Paolo ha voluto coinvolgere il mondo dell’arte ed io ho risposto con entusiasmo.
Nella splendida cornice di Villa Torlonia, a Marzo dello scorso anno, ho  scolpito figure di pesci su un blocco di marmo di Carrara appositamente tagliato a mano.
Questa  scultura sottomarina farà parte di un parco e sarà posizionata in toscana davanti al Parco dell’Uccellina.
La storia della Casa dei pesci è una storia che riguarda l’economia, non è un problema di turismo è proprio un problema di economia, noi non mangiamo più pesce.
La filiera del pesce è uscita dal nostro orizzonte perché tutto il pesce che mangiamo è allevato o pieno di difetti, praticamente ci avveleniamo.
Oggi essendo alla vigilia dell’Expo sul cibo biologico, sostenibile e rinnovabile, bisognerebbe parlare di mare mentre nessuno lo fa.
Il progetto di Talamone dovrebbe essere un laboratorio di riscossa nazionale.
Vorrei tanto mettere in moto qualcosa, coinvolgere la cultura.

Un’ultima curiosità nei tuoi quadri usi materie generate dalla terra, una tua invenzione particolare: un insieme di sabbie e terre naturali date a spatola, ora più sottili ora più granulose utilizzando fra l’altro polvere di marmo di Carrara, sabbia vulcanica, calcare di Terni e pozzolana legati con un Vinavil che è una colla ad acqua. Perché questa scelta?

Sì è una cosa mia, ero architetto, sposato con una restauratrice, per cui conoscevo la cultura della sabbia, dell’impasto e della calce unita alla cultura dei colori.
In quest’incrocio si è formata questa mia tecnica personale. Le terre della toscana, ad esempio la Maremma, me le sono fatte pesino per paesino.

Progetti per il futuro?

Sono in partenza per un tour in Cile che comprenderà due mie esposizioni, cinque conferenze a Santiago e un incontro con l’Accademia.
La prima settimana di settembre sarò a Barga come direttore artistico di un Festival di arti visive. 
Barga partecipa al progetto di Talamone della casa dei pesci, avrò un altro blocco da scolpire.
In concomitanza curerò alcuni eventi, come la mostra di due esordienti di cinquant’anni che facendomi compagnia e pazzeggiando nel mio studio hanno incontrato l’arte.
Allestirò una mostra sul piacere dell’incontro con l’arte a cinquant’anni.
Al di fuori di ogni sistema dell’arte, da ogni logica, per il piacere sia di chi la fa, sia di chi la vede.

Vittorio Zenardi

1 thought on “Massimo Catalani: il linguaggio dell’arte

Lascia un commento