CONVERSAZIONE CON LUCA VULLO

Cinema

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C’è un giovane regista e produttore siciliano che ha deciso di mostrare al mondo un patrimonio della cultura italiana poco valorizzato e studiato: la nostra gestualità.
Con la docu-fiction “La voce del corpo“, Luca Vullo prendendo spunto da una leggenda tratta dagli scritti di Giuseppe Pitrè, ci conduce, tra fantasia e realtà, verso un’approfondita conoscenza di una delle caratteristiche più originali dei siciliani.
Ad accompagnare lo spettatore, oltre agli attori-guide Evelyn Famà, Rosario Petìx e Vincenzo Volo, anche alcuni personaggi di spicco del mondo della cultura e dello spettacolo siciliani, tra cui Pippo Baudo, Emma Dante, Lucia Sardo, Salvo La Rosa, Mimmo Cuticchio.
L’opera ha presto attirato l’interesse internazionale tanto che ne hanno parlato la Bbc, il Guardian e il New York Times.
What’s Up Magazine ha intervistato Luca Vullo per saperne di più su questo progetto e farsi raccontare gli eventuali sviluppi.

Ciao Luca, benvenuto su What’s Up Magazine, potresti dirci come è nata l’idea de La voce del corpo?

Ho preso spunto dai corsi multimediali per imparare le lingue straniere. Ho pensato che creare un dizionario audiovisivo didattico della voce del corpo siciliana fosse una cosa molto interessante e stimolante.
In sintesi volevo spostare la prospettiva di sguardo sulla Sicilia, valorizzando nel frattempo il patrimonio culturale, artistico e teatrale di questo popolo.
Conoscendo l’universo contraddittorio e spesso surreale del siciliano, non potevo che utilizzare uno stile altrettanto surreale, a tratti grottesco, e volutamente comico per raccontare il tema di questa docu-fiction.
Ho partecipato ad un bando pubblico regionale con la Film Commission Sicilia, da lì è partito questo progetto sulla gestualità del popolo siciliano.

Perché focalizzarsi proprio sulla gestualità?

Ritengo che la gestualità sia una parte molto interessante della nostra cultura, della nostra capacità di comunicare con il corpo in modo significante, in modo efficace.
Questo film è nato dalla volontà di valorizzare un aspetto della Sicilia e dei siciliani che io riconosco molto forte, straordinario. Anche io gesticolo molto quando parlo.

Hai fatto vedere la tua opera a Londra, e da quel momento si è verificato un “effetto domino” che ti ha aperto scenari nuovi, ce ne parli?

Sì, la prima proiezione è stata all’Istituto di Cultura Italiana di Londra che mi ha ospitato per questo progetto, da lì sono nate tantissime cose a catena, molto belle.
Il mio film è stato visto da un regista importante come Richard Eyre (autore de «L’ombra del sospetto» con Liam Neeson e Antonio Banderas) che mi ha invitato al National Theatre.
Qui stava lavorando alla rappresentazione di «Liolà», di Pirandello con un team di attori irlandesi, che già sono più gesticolanti degli inglesi.
Riteneva la mia opera interessante per capire meglio come si muovono i siciliani. Quando l’ha mostrata alla sua compagnia, gli attori praticamente sono impazziti e hanno chiesto al regista di chiamarmi per fare una sessione pratica sulla gestualità.

Ma non finisce qui, vero? Dopo questa esperienza hai iniziato a fare dei corsi agli studenti inglesi che studiano la lingua italiana. Dove tieni questi corsi e come sono strutturati?

Attualmente sono stati fatti alla Bristol University che è stata la prima a chiamarmi, al King’s College e alla UCL (University College London). Adesso farò altri incontri alla Cambridge ed a Oxford. Li ho tenuti anche in altri paesi per esempio in Albania, in Spagna e Danimarca. Sta diventando un percorso, andrò in America, in Australia e in altri paesi, sempre con in un contesto educativo, didattico.
I corsi sono strutturati in una proiezione a cui segue un dibattito e si conclude con un workshop con me.

Il tuo è un taglio sempre antropologico e sociale, ma sei interessato solo alla gestualità siciliana oppure ti stai allargando alla gestualità italiana in generale?

Io mi sono concentrato sulla Sicilia per ovvie ragioni, però in Italia si gesticola molto, probabilmente da Roma in giù in modo particolare.
L’Italia è un Paese che esprime moltissimo le sue emozioni con il corpo e questa è una caratteristica secondo me molto interessante.
Visto l’interesse suscitato sto spostando la mia attenzione sulla gestualità italiana, sempre in chiave scientifica e didattica ma anche divertente, per spiegare i vari tipi di gestualità del nostro paese che ha veramente una grammatica e un lessico molto complesso.

Ci viene invidiata all’estero questa capacità gestuale?

Assolutamente sì, gli inglesi gesticolano soltanto per accompagnare il discorso ma in modo assolutamente non significante. I loro gesti non hanno un vero senso espressivo se non in alcuni casi, mentre per noi qualunque gesto può sopperire completamente alla lingua parlata.

Un esempio?
Quando l’italiano entra al bar con un’altra persona e fa il gesto al barista “ci penso io, pago io”, la persona che non capisce il codice, andando alla cassa a pagare si sente rispondere: “Tutto fatto”. Non c’é stata nessuna comunicazione verbale ma c’è stata quella gestuale e il barista riconosce il codice in ogni bar.

Chi è che gesticola nel mondo come noi?
Sicuramente gli spagnoli, i sudamericani e anche gli africani, molti gesti che noi usiamo invece hanno origini arabe.

Quelli che gesticolano di meno?
A parte i paesi nordici ci sono i giapponesi, la loro gestualità è ridotta all’osso, infatti, l’invasione della nostra fisicità è presa come una violenza vera e propria. Però sono affascinati e pronti a scoprire questo mondo.

Vittorio Zenardi

(Foto di Serena Marinelli)

 

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