Successo per la Festa del Cinema Bulgaro: recensione "Beata tra le donne"

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Si è conclusa ieri a Roma l’ottava edizione della Festa del cinema bulgaro.
La manifestazione, che si è svolta dal 25 al 31 maggio alla Casa del Cinema  a Villa Borghese, ha avuto un ottimo successo e una grande affluenza di spettatori.
In sala sono stati proiettati alcuni dei migliori film della cinematografia bulgara che quest’anno celebra il suo centenario.
Nel corso della penultima giornata, tra le opere cinematografiche in programmazione, il pubblico ha potuto ammirare Beata tra le donne di Alexander Obreshkov, film del 1978 che narra con sensibilità la vicenda della giovane Elena (Mariana Dimitrova) che, dopo essere stata abbandonata dal suo ragazzo del quale rimane incinta, vive i mesi della sua gravidanza con difficoltà e frustrazione poiché l’unica strada percorribile fino a quel momento sembra quella di dover dare in adozione il proprio figlio.
La proiezione in sala è stata preceduta da una breve introduzione da parte dello sceneggiatore Kiril Topalov autore del libro dall’omonimo titolo pubblicato negli anni settanta, ma inizialmente vietato a causa della censura imposta dalla rigidità di quegli anni. Come ha spiegato Topalov,  successivamente uscì il film che ha poi vinto premi internazionali con un buon riscontro da parte della critica. Avendo fatto luce sulle problematiche delle ragazze madri e delle adozioni, finalmente il libro venne pubblicato con ben quattro ristampe.
La pellicola è ambientata negli anni del regime comunista, anni nei quali la nascita di un figlio illegittimo era mal vista e inammissibile.
Per sfuggire a tale condizione e al giudizio severo dei  propri genitori, Elena si rifugia in un istituto nascosto agli occhi della società per trascorrervi gli ultimi mesi della gravidanza. Questo tempo le servirà per decidere quale futuro dare al proprio bambino, mentre all’interno della “casa della madre e dei figli” le altre future ragazze madri accolgono la giovane raccontandole le proprie storie, le paure, i tormenti.
A poco a poco emerge tutta la loro sofferenza di ragazze sole, senza più certezze né punti di riferimento, ragazze che subiscono i feroci pregiudizi della gente che incontrano per la strada. Sono consapevoli del fatto che mettere al mondo un figlio senza essere sposate conferirà loro un segno negativo indelebile che porteranno addosso per tutta la vita.
Il film è girato prevalentemente in interni nelle stanze da letto dell’istituto e nell’infermeria, ma il regista offre anche alcune sequenze in esterni che mostrano le ragazze in libera uscita in città in cerca di un po’ di evasione che permetta loro di non pensare anche solo per un momento alla loro angoscia. Ed è proprio durante queste circostanze, per le vie del centro cittadino e all’interno di un ristorante, che le giovani donne vengono ferite dalle parole e dai preconcetti di uomini che fanno di tutto per deriderle con sdegno, al punto da accrescere in loro la rabbia e la disperazione.
Questi sentimenti sono resi evidenti anche attraverso primissimi piani che il regista inserisce frequentemente per sottolineare il volto e lo stato d’animo di tutte le ragazze. Elena è testimone di tutte le loro vicende personali, sa ascoltarle e farsi volere bene. Osserva le altre donne che dopo il parto lasciano il proprio figlio nell’istituto, ma non ha ancora preso la sua ultima decisione. Così nell’ultima sequenza, mentre sembra aver conquistato forza d’animo e determinazione, sale velocemente su un treno in partenza alla stazione per allontanarsi immediatamente da quel luogo di sgomento e di perplessità che era stato l’istituto, e correre verso nuove certezze.

Margherita Villa

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