The Hateful Eight – La recensione

Cinema Recensione

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SINOSSI

Come in Django Unchained, l’ambientazione di The Hateful Eight è Western ma dal sud schiavista Tarantino si è spostato verso il freddo Nord America. La guerra di secessione è finita da qualche anno. Una diligenza viaggia nell’innevato inverno del Wyoming. A bordo c’è il cacciatore di taglie John “The Hangman” (Il Boia) Ruth e la sua prigioniera Daisy Domergue, diretti verso la città di Red Rock dove la donna verrà consegnata alla giustizia. Lungo la strada, si aggiungono il Maggiore Marquis Warren, un ex soldato nero nordista diventato anche lui un famoso cacciatore di taglie, e Chris Mannix, che si presenta come nuovo sceriffo di Red Rock. Infuria la tempesta di neve e la compagnia trova rifugio presso l’emporio di Minnie, dove vengono accolti non dalla proprietaria, ma da quattro sconosciuti: il messicano Bob, il boia di Red Rock Oswaldo Mobray, il mandriano Joe Gage e il generale della Confederazione Sanford Smithers. La bufera blocca gli otto personaggi che ben presto capiscono che raggiungere la loro destinazione non sarà affatto semplice. Per molte ragioni.

RECENSIONE

The Hateful Eight rappresenta la summa della poetica tarantiniana, con le sue consuete incursioni nella storia del cinema.
È lo stesso Tarantino, infatti, in un’intervista, a svelare quali sono le pellicole da vedere per gustarsi appieno la sua ultima opera.
Quindi, prima fra tutte, La cosa di John Carpenter, che ha più analogie con The Hateful Eight, vuoi per le musiche Ennio Morricone, vuoi per il protagonista Kurt Russell, L’assassinio sull’Orient Express di Sidney Lumet (1974); Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah (1969); Hombre di Martin Ritt (1967) e Karthoum di Basil Dearden (1966).
Chi pensava che la scelta del formato di 70mm servisse a immortalare il paesaggio selvaggio americano è rimasto deluso fin dalle prime scene, visto che solo la sequenza iniziale e poco più, rispettano queste aspettative.
Tarantino costruisce quello che è stato giustamente definito un “western da camera”. Comprime gli spazi per far implodere i personaggi, come fossero giocattoli in latta caricati a molla. Spesso l’azione scaturisce da un dialogo costruito ad hoc, una parola, uno sguardo, un dettaglio. Queste caratteristiche che spesso riscontriamo nei suoi film, si arricchiscono di infinite autocitazioni, una fra tante la sparatoria finale in Le iene. Tarantino, riesce a tramutare i suoi film in veri e propri eventi, adora tutto ciò che è cinema o si nutre di esso. The Hateful Eight è il risultato di questa incontenibile passione che corredata da una grande maestria tecnica diventa grande cinema.

Vittorio Zenardi

 

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