Alitalia e l’equivoco “stato vs mercato”

Economia Politica

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Sembra davvero essere arrivato il momento delle verità per Alitalia. Il 25 aprile i dipendenti hanno respinto con un referendum il pre-accordo che era stato raggiunto tra la compagnia aerea e i sindacati, con la mediazione del governo, per definire i tagli e licenziamenti da attuare per rilanciare l’azienda. E adesso che succede?

“La cosa più plausibile è che si vada verso un breve periodo di amministrazione straordinaria che si potrà concludere nel giro di sei mesi o con una vendita parziale o totale degli asset di Alitalia oppure con la liquidazione”, ha detto il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda.

E’ l’epilogo triste della compagnia di bandiera ma quella delle ultime ore è solo la cronaca di una fine annunciata segnata dagli errori della politica, dei sindacati, dei manager che si sono succeduti in plancia di comando. Ha scritto Oscar Giannino sul Messaggero: “Alitalia è stata soffocata dall’intreccio di cecità, immobilismo e clientele. La compagnia è stata privatizzata tardi e senza fusione con un partner”. Significa che non c’è stata una vera strategia aziendale per il rilancio e che i salvataggi messi in piedi da governi di centrodestra e di centrosinistra sono stati costosi e anche inutili.

L’ennesimo intervento pubblico sembra impraticabile ma come scrive sulla Stampa Luigi Grassia “L’ipotesi che l’Alitalia, in quanto ex compagnia di bandiera, torni sotto l’ala protettiva dello Stato, è stata esclusa con tutte le parole e in tutti i modi possibili e immaginabili dal governo. Ma sotto sotto i lavoratori che hanno votato No ai nuovi sacrifici sono convinti che alla fine lo Stato interverrà, eccome, a salvare il salvabile coi soldi pubblici. È facile giurare e spergiurare che non esiste un piano B, ma se poi 12.500 persone mobilitano i parlamentari per parlare in tv e perorare la causa del posto di lavoro, è possibile che alla fine il muro ceda, soprattutto in vista delle elezioni”.

In queste ore molti invocano soluzioni “di mercato”.  Il governo vaglierà solo due alternative: vendita o fallimento. Ma cosa significa in concreto? Non ci sarà più una compagnia aerea con il tricolore italiano? Lo ha spiegato in maniera molto chiara al Giorno Andrea Giuricin, esperto di economia e trasporti e docente all’università di Milano Bicocca che in un paper per l’Istituto Bruno Leoni aveva elencato tutti i dati che spiegano il disastro Alitalia. Nessuna delle parti in causa può dirsi esente da responsabilità. Che il modello di business Alitalia non potesse stare in pedi era scolpito nei bilanci e nei numeri che descrivono l’andamento del mercato mondiale: “In un mercato estremamente concorrenziale come quello attuale che conta tanti operatori forti no, non ha più senso. Già oggi in Italia non è più il principale player. La storia insegna che se oggi scompare una delle compagnie in crisi non si ha alcuna ricaduta sui consumatori. In Ungheria, quando la compagnia Malev è fallita, Ryanair l’ha sostituita nel giro di una notte”. In sostanza da fine anni Novanta ad oggi il mercato aereo italiano è cresciuto costantemente, la quota di Alitalia è diminuita e i bilanci dal 2009 – dopo l’arrivo dei cosiddetti “capitani coraggiosi” con l’operazione Fenice – sono sempre stati in rosso. Non parliamo poi dello Stato, che dal 2008 ai nostri giorni ci ha rimesso oltre 6,1 miliardi di euro.

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