L'animazione come forma di resistenza: intervista esclusiva a Simone Massi

Cinema

Simone Massi, regista e animatore, direttore artistico di Animavì – Festival del Cinema di animazione poeticovincitore di oltre duecento premi internazionali, tra i quali il primo David di Donatello assegnato a un’opera d’animazione per il suo corto Dell’ammazzare il maiale, si racconta a Lo_Speciale in un’intervista esclusiva.

 

Salve Simone, come nasce in te la passione per l’animazione?

“Ho sempre disegnato ma non pensavo che il disegnare potesse diventare facilmente un mestiere; non lo pensavo a 14 anni e ne avrei avuto conferma più avanti.
Così, per molti anni ho fatto dell’altro e il disegno si è dovuto accontentare dei ritagli di tempo. Poco meno di vent’anni fa e per una serie di coincidenze ho chiuso l’esperienza della fabbrica e mi sono iscritto alla sezione Cinema d’animazione della Scuola d’Arte di Urbino: gli insegnanti mi mostrarono dei lavori, intuii il potenziale, cominciai a pensare i disegni in movimento e, come logica conseguenza, presi ad animare.
Se oggi ripenso a tutta questa vicenda dico che ci finii dentro un po’ alla volta, quasi per caso e senza accorgermene. Inizialmente con fatica e rabbia, poi un giorno ho capito che erano entrambe necessarie e il cinema d’animazione quel che volevo.

 Quali sono le tue principali fonti d’ispirazione?
“Ci sono gesti, sguardi, apparizioni di uomini e di animali che per qualche strana ragione sono rimaste impigliate in una sorta di rete della Memoria. L’ispirazione viene da episodi di questo genere, cose talmente piccole da sembrare insignificanti.”

 Non utilizzi il computer ma crei le tue opere su carta, definendoti animatore resistente, quali sono le difficolta maggiori per la realizzazione?
“Ho scelto di fare cinema a mani nude, con una matita e dei fogli di carta, in un paese in cui il cinema d’animazione non viene riconosciuto come professione o forma d’arte, senza possibilità di ottenere un sostegno.
Sapevo tutto, ho scelto in piena consapevolezza questa forma di espressione e di resistenza.

Tua moglie, Julia Gromskaya, è anche lei un’animatrice di successo, c’è una sorta di contaminazione nelle tue opere dovute a questo legame, o solo fisiologici scambi di idee?
“Julia è molto brava e al tempo stesso umile: ha la costanza di lavorare due anni allo stesso progetto, solo per il piacere che le dà il riempire i suoi disegni di colori, colori che dicono di lei e sono una gioia per gli occhi. Lavoriamo fianco a fianco, ci scambiamo pareri, ci aiutiamo; è un bene, perché anche nelle difficoltà ci facciamo coraggio e ci diciamo comunque fortunati perché siamo vicini e facciamo un lavoro che ci piace.

 La situazione italiana in questo settore?
“L’animazione è sempre stata intesa come una sorta di teatrino per bambini.
Al cinema e in televisione è ancora così naturalmente, ma nel piccolo ambito del cortometraggio, qualcosa è cambiato e oggi il rapporto di forze fra chi fa cartoni animati e cinema d’animazione d’autore si è rovesciato a favore dei secondi.
Ma non c’è altro che questo: una presa di coscienza da parte degli animatori, un minimo di attenzione e rispetto in più da parte di qualche critico cinematografico.
Per il resto si continua come sempre, con autori indipendenti che realizzano i propri film per rabbia e per amore, e produzioni indolenti a debita distanza. In due parole stiamo aprendo dei sentieri sperando che un giorno possano diventare strade.

Progetti per il futuro?

“Per il momento i miei progetti sono fermi, lavoro per altri autori, in attesa che cambi il vento.

Vittorio Zenardi

 

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