Rivoluzione Telecom. Cosa cambierà per sicurezza, banda larga, nuove tv

Economia

Al di là della faraonica buonuscita conquistata da Flavio Cattaneo per un anno in Telecom-Tim l’addio del manager all’ex monopolista delle telecomunicazioni è una mossa dietro cui si celano scenari futuri decisivi per il prossimo futuro economico dell’Italia e del nostro sistema-Paese.

Ma perché Cattaneo è andato via? “Prima Vincent Bolloré lo ha spinto a fare concorrenza sulla rete a Enel Open Fiber nelle aree bianche, quelle cioè dove non c’è remunerazione. Quindi, “dimettendolo” con 25 milioni di buonuscita, ha presentato a Palazzo Chigi l’anello sacrificale (l’ex ad di Telecom), scaricando su di lui le responsabilità del muro contro muro. Ma adesso per il finanziere bretone è venuto il momento di trattare con il governo. E sui più fronti”, annota Natalia Faloppa su Lettera43. I quattro dossier sono: bandi più flessibili e via libera per le “aree bianche”, la ricerca di manager affidabili per i soci di maggioranza francesi, l’alleanza con Mediaset e la creazione del primo gruppo paneuropeo, dismettere la rete e puntare sulla vendita dei servizi Tlc e contenuti.

Quindi c’ è voglia di normalizzazione. Per Bollorè è fondamentale avere alla guida di Tim-Telecom un uomo meno divisivo. Di sicuro il finanziere bretone non ha alcuna intenzione di proseguire una guerra con il governo italiano su un tema decisivo come quello della banda larga. L’uscita di Flavio Cattaneo, che è rimasto alla guida di Tim per poco più di un anno, potrebbe permettere comunque una normalizzazione nei rapporti tra le parti: è possibile che in questo modo venga aperta una nuova fase.

Gli ultimi due punti dell’elenco fatto sopra sono, però, i più intriganti e possono essere spiegati da Mario Sechi, uno degli osservatori più acuti dell’attualità italiana, che ha composto osservazioni molto interessanti nella sua List. Proviamo ad allargare lo sguardo e ad andare oltre la cascata di soldi che coprirà Cattaneo. E’ in corso una battaglia nel settore delle telecomunicazioni e dei media. E’ un pezzo di presente e di futuro, di business e potere, di fatturato e politica. “Sul campo di battaglia c’è il riassetto delle telecomunicazioni, della rete, della connettività, l’infrastruttura del Paese, investimenti miliardari in cablaggi e tecnologia, lo scontro sui cavi tra Tim e il progetto Enel, il destino della neonato Open Fiber destinata diventare il player più forte del Paese nel settore della trasmissione dei dati. Sono cose reali, stanno sul tavolo del risiko politico-economico, ma sono piani di medio e lungo periodo, con ampi margini di incertezza dettati dalle condizioni economiche, dall’evoluzione tecnologica, dal quadro istituzionale non solo italiano. In realtà in queste ore si gioca una partita urgentissima, sta per emergere pienamente, ne abbiamo avvistato solo la punta dell’iceberg: la televisione. La scatola dell’immaginario. La fabbrica del consenso. I voti. E per chi fa business, gli abbonati e la pubblicità. La domanda che bisogna porsi in questo scenario, è la seguente: chi sono i soggetti che rischiano di restare con il cerino in mano? In teoria tutti: Vivendi ha investito pacchi di milioni di euro in Tim e in Mediaset, Berlusconi vede il suo dominio della tv commerciale in pericolo, Murdoch sente che sta succedendo qualcosa che potrebbe mettere la presenza in Italia del suo gruppo in condizioni difficili.”

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