Perché Trump si è messo contro lo sport Usa

Esteri

C’è chi definisce lo sport come una religione universale dei nostri tempi. Un rito che appassiona e tiene assieme popoli e nazioni. Per questo motivo la battaglia ingaggiata da Donald Trump con il mondo dello sport americano potrebbe rappresentare un punto di non ritorno nell’avventura alla Casa Bianca dell’ex tycoon.

Ma andiamo con ordine. Il presidente è riuscito a mettersi contro tutti le principali leghe americane. Nba, Nfl e Mlb, le tre leghe professionistiche di basket, football americano e baseball che hanno pubblicamente espresso il loro dissenso a Trump per la sua politica definita «razzista». La reazione del presidente non si è fatta aspettare, con un appello da Twitter alle società per licenziare tutti i giocatori che boicotteranno l’inno.

Tutto è iniziato perché i campioni in carica Nba dei Golden State Warriors hanno rispedito al mittente l’invito alla Casa Bianca, tradizionale appuntamento di inizio. Prima le super star Kevin Durant e poi Steph Curry hanno ammesso che il motivo è proprio Donald Trump: «Nello spogliatoio auspichiamo che un gesto del genere possa ispirare al cambiamento».

Più pesante il giudizio di Lebron James, miglior giocatore del mondo e vera e propria icona globale dello sport: «Trump è uno straccione, prima che arrivasse lui la visita alla Casa Bianca era motivo d’orgoglio». Tra le proteste del mondo della palla a spicchi c’è anche quella di un’istituzione come Kobe Bryant: «Un presidente il cui nome evoca rabbia e divisione, le cui parole ispirano dissenso e odio, non renderà l’America grande di nuovo».

Per Donald Trump non va meglio con il mondo del football. Il presidente aveva ammonito quei giocatori colpevoli di inginocchiarsi e non cantare l’inno americano durante le partite. «Le società caccino i giocatori che per protesta non cantano l’inno nazionale», ha twittato. L’appello è però clamorosamente caduto nel vuoto e durante la partita tra Jacksonville Jaguars e Baltimore Ravens la protesta è dilagata a macchia d’olio coinvolgendo tutti i giocatori delle due squadre in campo.

Il primo a dare via alla rivoluzione nel mondo Nfl era stato il quarterback Colin Kaepernick che nell’agosto 2016 era rimasto seduto durante l’esecuzione dell’inno nazionale per protestare contro le violenze sugli afroamericani.

Anche nella Major League Baseball la situazione non cambia. Il primo a protestare è stato Bruce Maxwell, giocatore afroamericano di baseball degli Oakland Athletics e primo ad inginocchiarsi durante l’inno nazionale.

Le proteste anti-Trump sembrano ora pronte per allargarsi a macchia d’olio anche fuori dallo sport come durante l’ultimo concerto a New York di Stevie Wonder: anche il cantautore si è inginocchiato durante l’inno per portare la sua solidarietà alle stelle dello sport Usa.

Possibile che il presidente non si sia reso conto del guaio in cui stava andando a ficcarsi inimicandosi gli idoli sportivi di milioni di americani e un business come quello dello sport Usa che muove montagne di dollari? Forse Trump l’ha fatto apposta. Sta utilizzando il consueto metodo che accompagna la sua avventura politica, e prima quella umana e nel mondo degli affari di Donald Trump, ovvero l’uomo calcola tutto che si tratti di provocare o che si tratti di negoziare, e quando ha indicato nelle suddette star, che protestano contro il razzismo seduti su milioni di dollari, dei giocatori da far licenziare smettendo di seguire lo sport e spaventando i club, sapeva quello che faceva. Chiunque si sia trovato a visitare gli Stati Uniti un pò di cerimonie di alza e abbassa bandiera anche in case di democratici e liberal se le è viste. Lo scontro con i ricchi campione dello sport professionistico potrebbe anche rivelarsi una mossa in grado di far recuperare consensi a Trump.

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