Tutto quello che avreste voluto chiedere sul Rosatellum

Politica

Condividi!

Nonostante i malumori e lo spettro dei franchi tiratori tornato ad aggirarsi in Transatlantico, il “Rosatellum bis” ha avuto il via libera dalla Camera, reggendo alla prova del voto segreto. Un traguardo che ha messo d’accordo anche chi all’inizio appariva più refrattario a piegarsi a una legge partorita dal Pd e guardata tuttora con sospetto dagli scranni del Parlamento.

L’intesa a quattro, sottoscritta da Lega, Forza Italia, Pd e dai centristi di Ap ha retto, in barba a chi avrebbe voluto affossare la legge elettorale nel segreto dell’urna. Una legge nata, nelle intenzioni, con l’obiettivo di garantire la rappresentatività ma che in realtà, a detta di molti, non permetterebbe ad alcun polo di raggiungere la maggioranza. Tutto, comunque, si riduce nel capire a chi conviene cosa. Sicuramente il nuovo sistema di voto potrebbe favorire tutti i grandi partiti che l’hanno sostenuto.

In un articolo ripreso da Formiche, Ettore Maria Colombo illustra elenca chi vince e chi perde. Innanzitutto va detto che il Rosatellum è una legge elettorale che si compone di un mix di collegi uninominali maggioritari per il 37% e di collegi plurinominali scelti con metodo proporzionale per il 63% dei seggi. Ma come il Rosatellum trasforma i voti in seggi?

La base di partenza sono, ovviamente, i 630 seggi della Camera che prenderemo come base di riferimento per comodità di calcolo (al Senato i conti sono parzialmente diversi per la suddivisione dei voti in circoscrizioni a base regionale che lo contraddistingue e la per la diversa formazione dell’elettorato sia attivo che passivo, dato che si vota solo dai 25 anni in su).

Il Rosatellum prevede, alla Camera, l’assegnazione di 232 seggi in collegi uninominali maggioritari (6 in Trentino-Alto Adige, 1 in Valle d’Aosta, 225 nelle altre 18 regioni), secondo il principio del first past the post (“il primo – cioè il vincitore – prende tutto”, frase icastica nella logica del maggioritario in uso, storicamente, in Gran Bretagna), e di altri 398 seggi (di cui 12 per gli italiani all’estero) in collegi plurinominali su base proporzionale. Le soglie di sbarramento sono due: il 3% per ogni lista, il 10% per le coalizioni di liste, sempre su base nazionale.

Una coalizione che non ottiene il 10% dei voti garantisce solo alle liste coalizzate che hanno superato il 3% dei voti di accedere alla ripartizione dei seggi. Invece, a favore delle coalizioni di liste che superano il 10% dei voti su scala nazionale, interviene un meccanismo poco noto ma che ha un effetto ‘moltiplicatore’ dei seggi per i più grandi perché, ai partiti che hanno superato il 3% dei voti, vengono assegnati, in modo pienamente proporzionale rispetto alla circoscrizione in cui si sono presentati nella parte proporzionale, anche i seggi dei partiti presenti con loro nella stessa coalizione e che hanno superato l’1% dei voti ma non hanno raggiunto il 3% dei voti (la soglia). Invece, per ogni coalizione, che abbia o meno superato il 10% dei voti, i voti alle liste che restano sotto l’1% finiscono ‘buttati’, cioè inutilizzati: quelle liste non eleggono deputati, ovviamente (si elegge con il 3%) né contribuiscono a farli eleggere ad altri. Infine, ogni candidato di collegio usufruisce di tutti i voti raccolti dalle liste che lo sostengono: sia quelle sopra il 3%, sia quelle sotto il 3% e anche quelle sotto l’1%.

La simulazione più attendibile e più nota, invece, rispetto agli attuali sondaggi elettorali, è quella del sito di sondaggi e proiezioni You Trend. Stima in 222-247 i seggi vinti da una coalizione di centrodestra (Fi-Lega-FdI), con circa il 32,9% dei voti (13,4% Fi, 14,8% Lega, 4,7% FdI); in 222-247 seggi una di centrosinistra (Pd+Ap, stimati al 27,8% e 2,4%), 163-183 seggi all’M5S (27,7%), 14 seggi a Mdp-SI (al 3%).

Ma i conti che circolano tra le forze politiche sono molto diversi. In uno studio di un senatore di Mdp, Federico Fornaro, molto esperto di sistemi elettorali, ad esempio, per il Pd si prospetterebbe una Vandea o, in pratica, un bagno di sangue. Fornaro stima in appena gli 75 eletti nei collegi uninominali per il Pd+altri, 115 quelli del centrodestra, 115 al M5S e zero per Mdp-SI. Nel proporzionale Fornaro assegna 120 eletti al Pd, 114 all’M5S, 55 a FI, 60 alla Lega, 19 a Fratelli d’Italia e 19 alla lista Mdp.

Lo studio di Fornaro ha gettato il panico nelle file dei peones dem che temono di non riuscire a farsi eleggere in molte zone del Nord, dove la Lega è forte, ma anche in Lazio e al Sud, causa l’M5S. Anche tra gli azzurri regna la paura: molti deputati temono di dover cedere troppi eletti alla Lega al Nord e di non farcela al Sud. Ma al Nazareno hanno in tasca altre stime e proiezioni. Va premesso che, con l’attuale “doppio Consultellum”, sistema di base proporzionale figlio di ben due sentenze della Consulta che prevede un doppio sistema di voto differente tra la Camera (premio alla prima lista che ottiene il 40% dei voti, soglia nazionale al 3%, mix di capolista bloccati e preferenze, nessuna possibilità di creare coalizioni) e il Senato (soglia di sbarramento regionale all’8% per le liste, al 20% per le coalizioni e al 3% per ogni lista in coalizione, solo preferenze, su base regionale, nessun premio), i big dem prevedevano 215 seggi a una coalizione di centrosinistra, 200 al centrodestra, 180 seggi a M5S, 35 a una lista di Mdp-Sinistra. Con il Rosatellum, invece, il Nazareno stima di ottenere, per il Pd e i suoi alleati molti più seggi. Seggi che sarebbero così ripartiti: nel proporzionale, 145 seggi a Pd+altri, 135 al centrodestra, 100 a M5S, 20 a quella che chiamano la “Cosa rossa” (Mdp-SI-altri). Nei 225 collegi uninominali 110 seggi vinti dal centrosinistra, 80 dal centrodestra, 40 a M5S, zero alla Sinistra. Totale, sommando le due parti (collegi e proporzionale): 255 seggi al centrosinistra, 215 al centrodestra, 140 all’M5S e 20 seggi a quella che, al Nazareno, chiamano ‘Cosa Rossa’. Morale: il Pd più alleati guadagnerebbe, rispetto al Consultellum, almeno 40 seggi, il centrodestra ne guadagnerebbe solo 15, l’M5S ne perderebbe 40, la Sinistra circa 15.

Dario Parrini, deputato toscano renziano ed esperto di sistemi elettorali, la mette così: “Grazie alla disproporzionalità del sistema, dovuta alla parte maggioritaria, una coalizione che ha il Pd in mezzo e due forze nelle ali, una al centro e una a sinistra, può vincere col 33-34% dei voti. Una cifra che, grazie alla quota uninominale, può dare il 40-41% dei seggi. Inoltre, i media e gli elettori concentreranno la loro attenzione sui collegi uninominali, dove ci terranno le sfide: lì noi avremo candidati riconoscibili, autorevoli e radicati. Il voto nel collegio, per come è strutturato, ‘trascinerà’ quello delle liste. La Cosa Rossa? Non supererà i 20 deputati”. Chi ha ragione? Beh, questo lo potranno decidere solo gli elettori alle prossime elezioni.

Per capire quale saranno gli effetti della nuova legge elettorale meglio sentire anche un sondaggista. Alessandra Ghisleri spiega: «Nessuna coalizione è in grado di raggiungere un’autosufficienza parlamentare. Per vincere il blocco di alleanza dovrebbe ottenere il 40% sul proporzionale e il 65-70% dei collegi uninominale. Uno scenario improbabile». La seconda è che il panorama politico è radicalmente cambiato rispetto alle ultime elezioni del 2013, tra rinascite, scissioni e scomparse: «Questa spinta a un ulteriore cambiamento, nel senso di una moltiplicazione dei soggetti, sarà ancora più forte adesso. In termini di partiti e di coalizioni».

Ultima cosa da capire. Esiste la norma “salva-Verdini”? Il Post prova a fare chiarezza. i parla molto sui giornali e social network di un cosiddetto “emendamento salva-Verdini” che sarebbe stato inserito nel testo della legge elettorale durante la sua approvazione alla Camera. L’emendamento servirebbe a permettere la rielezione di Denis Verdini, influente senatore uscito da Forza Italia per sostenere il governo Renzi. Verdini ha due condanne in primo grado per concorso in corruzione, truffa e bancarotta ed è stato spesso additato dall’opposizione come un simbolo del malcostume e del trasformismo in politica.

L’emendamento accusato di avere questa funzione, il “salva-Verdini”, prevede che le persone residenti in Italia possano candidarsi nelle circoscrizioni estere. Verdini, in altre parole, sarebbe così impopolare in Italia che per garantirgli la rielezione la maggioranza gli avrebbe dato la possibilità di candidarsi all’estero, dove gli elettori sarebbero in teoria meno informati e quindi più disposti a votare un candidato “impresentabile”. Il primo a sostenere questa tesi è stato il deputato del Movimento 5 Stelle Danilo Toninelli durante un suo intervento in aula ieri. Diversi deputati di Articolo 1 – MDP e del Movimento 5 Stelle hanno ripetuto ai giornalisti il loro sospetto.

Questa teoria però ha alcuni problemi, come ha spiegato il direttore del giornale Stradeonline.it, Carmelo Palma. Il primo: se le condanne di Verdini venissero confermate, verrebbe arrestato e decadrebbe dalla carica di parlamentare anche se fosse candidato ed eletto all’estero. Il secondo: farsi eleggere nei collegi esteri non è semplice. È necessario raccogliere circa 60 mila preferenze, cioè un numero altissimo di voti. Per questa ragione i parlamentari eletti all’estero sono in genere appoggiati da partiti medio-grandi e sono figure note e riconoscibili nelle comunità di italiani che risiedono all’estero. Verdini, invece, non ha mai frequentato le comunità italiane sparse per il mondo e, almeno per il momento, non ha l’appoggio di alcuna grossa formazione politica.

Il relatore della legge elettorale, il deputato del Pd Emanuele Fiano, ha spiegato che l’emendamento serve a introdurre un principio di reciprocità: se è possibile per i residenti all’estero candidarsi in Italia, per i residenti in Italia dovrebbe essere possibile candidarsi all’estero.

 

 

 

Tagged

Lascia un commento

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.