Cosa succede in Lombardia e Veneto dopo il referendum

Politica

Condividi!

Il referendum sull’autonomia in Veneto ha superato il quorum, fissato al 50 per cento più uno dei voti e necessario per considerare valida la votazione. Ha votato il 57,2 per cento degli aventi diritto, il 98,1 per cento dei quali si è espresso per il Sì. In Lombardia, a causa di una serie di problemi tecnici, non ci sono ancora dati definitivi sull’affluenza, ma sul sito della regione è stata pubblicata una stima che parla di un’affluenza tra il 38 e il 39 per cento.

In Lombardia però, a differenza del Veneto, non era necessario raggiungere un quorum per considerare valida la votazione.

I referendum sono stati promossi dalla maggioranza di centrodestra che governa sia Veneto che Lombardia, e in particolare dalla Lega Nord, di cui fanno parte i presidenti delle due regioni. Il loro scopo è quello di avviare una procedura prevista dalla Costituzione con la quale le due regioni possano chiedere maggiore autonomia allo stato nella gestione delle proprie risorse. Sono referendum consultivi, quindi non avranno esiti vincolanti né per le regioni né per il governo centrale.

«Nell’immediato non cambierà nulla», spiega Monica Rubino su Repubblica. Le due Regioni governate dalla Lega non avranno subito più autonomia e non si aggiungeranno automaticamente alle cinque a statuto speciale già esistenti (Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta). Il referendum, infatti, è consultivo e non vincolante e avrà sostanzialmente un valore politico. Il voto dei cittadini servirà alle regioni ad avere più potere contrattuale al tavolo delle trattative con il governo sulla richiesta di maggiore autonomia nei limiti del dettato costituzionale. Ma, contrariamente agli auspici dei due governatori, il lombardo Roberto Maroni e il veneto Luca Zaia, l’argomento di propaganda più utilizzato dal Carroccio – ovvero l’autonomia fiscale – non è compreso nell’elenco delle 23 materie di contrattazione previste dagli articoli 116 e 117 della Costituzione.

Si tratta di venti materie gestite dalle Regioni “in condominio” con lo Stato (la cosiddetta “legislazione concorrente”). E altre tre finora trattate in esclusiva dallo Stato stesso (legislazione di esclusiva potestà statale). Le prime venti riguardano nell’ordine: rapporti internazionali e con l’Ue delle Regioni; commercio estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione; professioni; ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali; casse di risparmio, casse rurali e aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario regionali. Le altre tre sono organizzazione della giustizia di pace; norme generali sull’istruzione; tutela dell’ambiente.

Come conseguenza di maggiore autonomia negli ambiti sopra descritti, la richiesta di entrambe le regioni, che difficilmente verrà esaudita, è di trattenere sul territorio maggiori risorse finanziarie derivanti dalle imposte locali. Il Veneto chiede almeno 8 miliardi in più da recuperare da quei 18-20 annuali di residuo fiscale, ovvero dalla differenza negativa tra ciò che versa e ciò che riceve da Roma. La Lombardia ne chiede almeno 24 su 54.

Il percorso appare lungo ma derubricare i referendum a nulla di fatto potrebbe essere un errore. Scrive Mario Sechi nella sua List: « È cominciata la battaglia per le tasse del Nord. E quello che diceva Bossi trent’anni fa sull’autonomia fiscale da ieri sera ha un fatto politico sul quale costruire un percorso istituzionale. In Veneto e Lombardia il Nord ha votato per il Nord. Il risultato è netto. In Veneto affluenza al 60 per cento e Sì al 98 per cento; in Lombardia affluenza quasi al 40 per cento e Sì al 95 per cento. Si possono fare mille considerazioni sulle differenze tra i numeri delle due regioni, ma alla fine di tutto il giro, resta un fatto: un blocco socio-economico dell’Italia ha detto in maniera massiccia che è ora di finirla con la gestione romano-centrica del potere».

Gli effetti concreti sul panorama politico li descrive Alessandro Campi sul Messaggero: «Su un piano generale, il rischio vero di questo voto, di cui si è detto che non puntava a minacciare l’unità nazionale, è che in realtà determini una crescente divisione del Nord dal resto del Paese. Specie se questo voto referendario dovesse sommarsi ad un voto politico che, con il meccanismo previsto dal Rosatellum, potrebbe vedere la vittoria schiacciante nelle regioni del Nord di un centro-destra fortemente egemonizzato o condizionato da una Lega tornata alle origini delle sue battaglie sempre ambiguamente in bilico tra autonomismo e secessione. A questo si deve anche aggiungere l’effetto pericolosamente emulativo ingenerato da questo voto. Tutte le Regioni che vantano un residuo fiscale positivo vorranno a questo punto chiedere non solo maggiori poteri e competenze allo Stato, ma anche di trattenere i frutti in termini di tasse della ricchezza che producono. Sarebbe l’inizio di un processo che se non inserito all’interno di un più vasto progetto di riordino in senso federale delle relazioni tra Stato centrale e periferia (per il quale però al momento mancano del tutto le condizioni politiche) finirebbe solo per disgregare ulteriormente il tessuto civile e istituzionale del Paese».

 

 

 

 

Tagged

Lascia un commento