In Iran è rivolta non una rivoluzione

Esteri In Rilievo

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E’ da giovedì scorso che in Iran ci sono grandi manifestazioni dei cittadini per chiedere migliori condizioni economiche e per protestare contro l’aumento dei prezzi e la disoccupazione. Col passare dei giorni le proteste hanno messo nel mirino direttamente il sistema politico. Stando alla televisione di stato, nel corso dei disordini almeno 23 persone sono morte e oltre 450 sono state arrestate.

Come succede ogni volta che si parla di Iran è molto difficile inquadrare realmente la situazione, comprendere le reali ragioni del dissenso e come queste vengono cavalcate dalle diverse fazioni della politica di un Paese con un sistema politico, economico e sociale molto complesso.

«La genesi delle proteste di questi giorni è eterogenea, senza un’apparente regia univoca. Le manifestazione dalle rivolte anti-governative nelle città settentrionali, organizzate dai sostenitori dell’ex presidente Ahmadinejad, alle richieste di risarcimento da parte di creditori di banche fallite, fino alle denunce di corruzione contro i funzionari di Teheran da parte della minoranza curda colpita dal terremoto avvenuto ai primi di dicembre» ha detto ad Agenzia Nova, Nicola Pedde, direttore dell’Institute of Global Studies ed esperto di Iran.

A questo punto tutti gli analisti concordano sul fatto che le ragioni delle proteste sono principalmente economiche. Si chiedono migliori condizioni di vita e si protesta contro gli altissimi indici di disoccupazione giovanile e contro l’aumento dei prezzi. Fin da subito si sono però cominciati a sentire anche slogan politici contro la teocrazia islamica (il sistema di governo dell’Iran dal 1979, anno della rivoluzione khomeinista), contro Ali Khamenei e contro il governo di Hassan Rouhani. 

Alberto Negri, ex inviato del Sole 24Ore, una vita passata ad occuparsi di Medioriente e Islam, spiega perché è inevitabile che rivendicazioni di tipo economico diventino critica alle istituzioni. L’economia di Teheran è dominata dalle “bonyad”, le fondazioni religiose che costituiscono «la spina dorsale del potere, una rete clientelare e di welfare state che si ramifica nella società e si prolunga oltre i confini della repubblica islamica». Un modello economico che non sta più al passo con le esigenze della maggioranza degli iraniani: «non c’è dubbio che le bonyad siano il cuore di questa economia: detengono almeno il 30-40% del Pil e hanno sottratto spazio ai privati favorendo soltanto alcuni di loro, quelli vicini alla cerchia del potere che ricordiamolo è comunque sempre a geometria variabile, a seconda delle stagioni politiche».

Le violente contestazioni di questo inizio 2018 sono una critica dall’interno alla gestione dell’economia da parte del potere politico. La vera sfida del governo riformista di Rouhani doveva essere quella di riformare l’economia iraniana. Fino a oggi, evidentemente, non ci è riuscito.

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